Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Altri commenti sulla vittoria di Obama in Libia, so far

Il Corriere della Sera, dopo l’editoriale di ieri di Sergio Romano secondo cui in Libia non ci sono stati vincitori, oggi pubblica una bella inchiesta-elenco di vincitori. Il vincitore numero 1 naturalmente è Obama. A poco a poco cominciano a scriverlo tutti. Stupiscono gli obamiani e gli antiobamiani che storcono il naso e non vogliono ammettere il successo, gli uni perché il presidente è troppo bellicoso e poco pacifista e gli altri perché se lo immaginavano pronto a calarsi le braghe di fronte ai nemici dell’America. E invece Obama ha fatto fuori Osama e (quasi) cambiato il regime a Tripoli, utilizzando gli stessi metodi, strumenti e politiche di due predecessori, Bush jr. e Reagan, che ci avevano provato senza riuscirci. Il tocco di Obama, tra mille cautele, errori e tentennamenti, è stato decisivo: dopo una falsa partenza, Obama ha continuato la politica bushiana del regime change in medio oriente, anche con l’uso della forza oltre che del soft power, ma senza metterci la faccia, senza creare tensioni, costruendo consenso.

Michael Hirsh, su National Journal, aggiunge:
“Obama’s strategy amounted to staying resolutely behind the scenes throughout the five-month NATO air operation. To wit: Don’t say the United States is openly engaged in ousting Qaddafi. Don’t even concede the United States is going to war. Take cover behind a political imprimatur for action from the Arab League and United Nations, and let Europe lead the strike forces. Then modestly take credit—albeit only with a restrained statement on Monday from Martha’s Vineyard, where Obama is vacationing”.

Politico scrive:
“The ouster of Libyan dictator Muammar Qadhafi represents yet another military victory for a president long cast as a gun-shy liberal uncomfortable with the use of force”

Ben Smith in un secondo articolo sul tema pubblicato da Politico:
“The fall of Tripoli is a foreign policy triumph for which President Barack Obama won’t hold a ticker-tape parade: no flight suit, no chest-thumping, no “Mission Accomplished” banner”.

Walter Russell Mead scrive su National Interest che siamo entrati nel terzo mandato di Bush con Obama nel ruolo di Eisenhower e Bush in quello di Truman:
“President Obama is pushing a democracy agenda in the Middle East that is as aggressive as President Bush’s; he adopts regime change by violence if necessary as a core component of his regional approach and, to put it mildly, he is not afraid to bomb. But where President Bush’s tough guy posture (“Bring ‘Em On!”) alienated opinion abroad and among liberals at home, President Obama’s reluctant warrior stance makes it easier for others to work with him”

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