Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/64

Con buona pace di Raf, di quegli Anni Ottanta alla fine è restato molto. Il quarantaduenne cantautore americano Duncan Sheik, noto per i suoi dischi alla Nick Drake come Phantom Moon e per i successi a Broadway con Spring Awakening, ha pubblicato Cover 80’s, una raccolta di brani del decennio più ingiustamente criticato del secolo scorso (specie se paragonato agli elogi ideologici tributati agli anni Settanta). Cover 80’s non è un caramelloso tentativo di stuzzicare facili nostalgie dei tempi che furono, ma una rivisitazione pacata, garbata, a tratti anche dark, di canzoni d’epoca scritte da band fondamentali per la formazione del quindicenne Sheik e di molti quarantenni di oggi.
Nella raccolta non c’è nessuna canzone americana. Il ragazzo del New Jersey costeggiava l’area New Romantic, la New Wave, la Seconda British Invasion. Stripper dei Depeche Mode, Hold me now dei Thompson Twins, What is love di Howard Jones, Shout dei Tears for Fears, Gentlemen take Polaroids dei Japan, Life’s what you make it dei Talk Talk, Kyoto Song dei Cure, William, it was really nothing degli Smiths, Love Vigilantes dei New Order, So alive di Love & Rockets, Stay dei Blue Nile, The Ghost in you dei Psychedelic Furs.
Non ci sono brani degli Eurythmics, malgrado non esista un sound più tipicamente anni Ottanta di quello creato dal duo di Annie Lennox (voce) e Dave Stewart (tutto il resto).
Poco male. Dave Stewart ha altro cui pensare. Intanto è lui l’anima dell’annunciatissimo progetto Superheavy, ovvero il supergruppo con Mick Jagger, la bravissima cantante Joss Stone, Damian Marley (figlio di Bob) e il compositore indiano A.R. Rahman (premio Oscar per The Millionaire). Il 20 settembre i Superheavy debutteranno con un disco indo-reggae-rock-soul che potrebbe essere una boiata pazzesca così come una bella sorpresa (il primo singolo, The incredible miracle worker, è sia l’una sia l’altra cosa). Poi c’è l’altro progetto di Dave Stewart, a nome tutto suo. Si intitola The Blackbird Diaries ed è un viaggio musicale nella direzione opposta a quella di Duncan Sheik. L’inglese Stewart omaggia la musica americana, di Nashville per la precisione, con un disco country-rock, con echi di Neil Young, di Bob Dylan, di Warren Zevon, di Tom Petty. Un disco impoverito da una sottile venatura pop, ma impreziosito da un pezzo scritto assieme a Sua Maestà Dylan e dalla partecipazione della rediviva Stevie Nicks. Gli anni Ottanta non sono scivolati via, caro Raf. Per fortuna.
Christian Rocca

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