Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Repubblica, c’è un limite a raccontarla male

Nemmeno il miglior Zucconi ha mai scritto un articolo sull’America e l’11 settembre così infarcito di enormità come quello pubblicato oggi da Repubblica a firma di Federico Rampini. Vi segnalo subito la prima, per gradire:
«E’ Obama che rompendo con la tradizionale Realpolitik dei neoconservatori ha mollato al loro destino due dittatori amici dell’America, Ben Alì e Mubarak».
No, dico, rileggete con calma: «E’ Obama che rompendo con la tradizionale Realpolitik dei neoconservatori ha mollato al loro destino due dittatori amici dell’America, Ben Alì e Mubarak».

C’è da non credere che un grande giornale nazionale, a firma di uno dei suoi prestigiosi analisti, possa scrivere una bestialità di questo tipo, non sapendo o fingendo di non sapere che realpolitik e approccio neocon post 11 settembre sono esattamente l’opposto l’uno dell’altro, che i neocon post 11 settembre sono dai tempi di Bush i sostenitori della linea dura contro l’Egitto, che sono stati proprio i neocon (con l’Egypt Group di Robert Kagan) ad essere stati invitati alla Casa Bianca e poi a convincere Obama a mollare Mubarak, che Obama è stato il candidato prima e il presidente poi che ha promesso e poi attuato per qualche mese una politica estera pro status quo, ispirata alla scuola Realpolitik e alla presidenza di Bush padre proprio per cancellare gli anni neocon di Bush figlio e che, infine, assalito dalla realtà mediorientale, abbia deciso con qualche ritardo di adeguarsi alla linea neocon (e interventista liberal) secondo cui è meglio scardinare lo status quo mediorientale (regime change) piuttosto che continuare a sostenere i regimi cosiddetti amici.
Eppure è così, oggi su Repubblica. Da non crederci.

Da non credere nemmeno a molte delle altre cose pubblicate nello stesso articolo. Scrive Rampini che "da senatore dell’Illinois (Obama) fu uno dei democratici a dire no alto e forte alla guerra in Iraq". Solo che non è vero. Obama nel 2002 e nel 2003 era un perfetto sconosciuto. Era senatore locale dell’Illinois. Non era a Washington. Non è stato uno dei senatori, pochini per la verità, ad aver detto no alla guerra in Iraq (Hillary, Kerry, Lieberman, Edwards hanno tutti votato a favore). Obama non contava nulla. Non lo conosceva nessuno. E’ vero che era contrario alla guerra "stupida", e l’ha detto in un comizio collettivo a Chicago, ma non ha mai votato né a favore né contro.
Nessuno può dire come avrebbe votato, ma a volersi spingere in azzardate interpretazioni è più probabile che da senatore a Washington avrebbe votato sì alla guerra, assieme ai leader del suo partito. E, del resto, da senatore ha sempre votato per il rifinanziamento della missione in Iraq e da presidente ha più volte riconosciuto che gli effetti di questo immane sacrificio sono stati positivi per l’America, per l’Iraq, per il Medio Oriente e per il mondo.
Repubblica invece scrive cose così, piegando la realtà incontrovertibile dei fatti ai luoghi comuni meno informati. Tipo quando scrive, ammettendolo a denti stretti, che Obama è stato costretto ad aumentare le truppe americane in Afghanistan. Scrive Rampini che Obama ha inviato in Iraq 30 mila soldati, portando il totale a 100 mila. Solo che Bush, quando è andato via dalla Casa Bianca, ha lasciato in Afghanistan 34 mila soldati, quindi Obama ne ha inviati 60 mila in più per arrivare ai 96 mila. Obama i soldati li ha triplicati, rispetto a Bush, non si è limitato ad aumentarli controvoglia (Rampini cita solo il terzo e più reclamizzato surge, dimenticandosi dei primi due decisi pochi mesi dopo l’ingresso alla Casa Bianca). Ecco che cosa scriveva correttamente il New York Times: «The troop buildup will nearly triple the American military presence in Afghanistan that Mr. Obama inherited when he took office»

Non apro nemmeno il capitolo "torture". E nemmeno quello dei "brogli in Florida" che, secondo Repubblica, avrebbero sottratto la presidenza a Gore.

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