Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Il candidato giusto o sbagliato

Oggi, nel giorno in cui i repubblicani strappano un seggio democratico a New York, Il Foglio a firma Stefano Pistolini pubblica una bellissima pagina-ritratto di Rick Perry, il governatore del Texas candidato conservatore alla presidenza degli Stati Uniti. L’articolo di Pistolini è interessante perché spiega una cosa su cui, fin qui, nemmeno i grandi giornali americani hanno mai pienamente riflettuto: questa è la fase in cui non contano le posizioni politiche, le contraddizioni, la mancanza di un piano strategico ben definito; questa è la fase delle emozioni, dell’empatia, della capacità di rappresentare qualcosa, di "prendere per mano il destino di una nazione”. Romney ci prova da 4 anni, Perry c’è riuscito in una settimana. Per tutto il resto ci sarà tempo, per limare certe ruvidezze e per presentarsi in modo credibile all’elettorato nazionale. Continuo però a restare scettico sulla validità della candidatura di Perry, anche se non arrivo a sostenere, come Ross Douthat sul New York Times, che i giornali di sinistra dovrebbero fare una campagna pubblica, quasi una supplica ai repubblicani, per nominare Perry nel 2012. E’ vero però che Perry possa essere l’Howard Dean repubblicano di questa tornata, ovvero il candidato democratico che sembrava imbattibile nell’autunno-inverno del 2003, proprio perché scaldava i cuori del suo elettorato arrabbiato contro Bush, ma che si è sgonfiato al primo voto in Iowa. Se questo paragone fosse confermato dalle urne, Mitt Romney potrebbe essere il John Kerry del 2012 (nel senso del candidato incapace di sconfiggere un presidente indebolito).

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