Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Ancora su Amanda e noi

La vicenda di Amanda non è una questione tra innocentisti e colpevolisti. Io, per esempio, non sono né innocentista né colpevolista. Non so se Amanda e Sollecito siano innocenti come dice la sentenza di appello, se abbiano ucciso assieme a Rudy la povera Meredith come sostengono i pm, se sia stato solo Rudy o se non c’entri niente nemmeno lui.

So però che le indagini sono state fatte male da magistrati incompetenti e peraltro noti alle cronache per altre vicende imbarazzanti (mostro di Firenze), che il processo è stato condotto in modo ridicolo e che contro Amanda e Sollecito non ci sono prove né movente se non quello, vergognoso, di una sfrenata attività sessuale della ragazza (teneva in casa “vibratori e preservativi” ha detto ancora questa mattina uno dei due pubblici ministeri di Perugia alla Stampa) da sostenere attraverso la demonizzazione pubblica e pruriginosa di Amanda.

Il punto è il sistema giudiziario italiano, che è vero che alla fine, dopo 4 anni di ingiusta detenzione e altre due vite rovinate, ha rimesso le cose a posto, al contrario di quanto sarebbe successo in America dove magari sarebbe scattata la pena di morte e non ci sarebbe stato l’appello.
Ma in America, con questo traballante castello accusatorio, non solo i due ragazzi sarebbero stati assolti in primo grado, ma quasi certamente non sarebbe nemmeno iniziato il processo (come dimostra il dietrofront della procura distrettuale di Manhattan nei confronti di Dominique Strauss Kahn).

A ciò si aggiungano: l’incredibile lentezza dei procedimenti; la vergognosa carcerazione in attesa di giudizio definitivo; la contiguità tra pubblici ministeri e giudici di primo grado che di solito finiscono per accogliere qualsiasi cosa sostenga il pm vicino di stanza; il rapporto stretto tra pubblici ministeri e stampa, come denunciato peraltro anche da Ilda Boccassini, che determina la celebrazione del processo sui giornali e la condanna mediatica degli imputati come strumento per indirizzare la corte ad accogliere la tesi dell’accusa.

Soprattutto l’assoluta irresponsabilità dei pubblici ministeri italiani, i quali non solo non pagano per i loro errori per colpa grave (nonostante un referendum radicale del 1987 votato a stragrande maggioranza imponesse il contrario), ma sono gli unici al mondo a non dover rispondere a nessuno, se non a se stessi attraverso l’organo di autogoverno della magistratura e le correnti politiche e sindacali della magistratura togata.

Un esempio: il pm di Perugia Mignini è stato condannato in primo grado per abuso di ufficio nelle indagini sul mostro di Firenze. Ma invece di essere dirottato in via cautelativa all’ufficio bolli sui passaporti, ha continuato tranquillamente l’attività a Perugia. Con i risultati internazionalmente noti.

In America i giudici e i procuratori federali sono eletti o nominati dal governo (nel qual caso servono “at the pleasure of the president”). Rispondono delle loro azioni davanti all’elettorato o al potere politico che è, a sua volta, un potere elettivo. In altri paesi è il Parlamento a dettare le linee guida per i magistrati. I nostri magistrati invece sono gli unici al mondo a essere indipendenti e irresponsabili. Sono loro stesso che si autocontrollano. La nostra tutela costituzionale, in cambio dell’indipendenza, è l’obbligatorietà dell’azione penale: in teoria dovremmo essere tutelati dal fatto che i magistrati si muovono per obbligo costituzionale ogni volta che incappano in una notizia criminis.
Ovviamente non è così, non è possibile, i magistrati non possono che scegliere quale notizia criminis perseguire e quale lasciar perdere.

Se non si rende il potere giudiziario responsabile delle proprie azioni, così come rispondono a qualcuno gli altri due poteri dello Stato (l’esecutivo al Parlamento e il legislativo al corpo elettorale) e se non si separano le carriere e gli organi dei procuratori e dei giudici il caso Amanda continuerà all’infinito.

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