Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

E ora anche Fareed Zakaria: «La politica di Obama sull’Iran è molto simile a quella di Bush»

Dopo l’editoriale di ieri di Thomas Friedman, oggi tocca all’altro autorevole collega di cose internazionali Fareed Zakaria sul Washington Post. Lo schema è identico a quello di Friedman, Obama fa le stesse cose di Bush nonostante avesse promesso di fare il contrario. Sconcerto tra gli "esperti" italiani.
Friedman parlava in generale, Zakaria di Iran.
«Two years into his presidency, Obama’s Iran policy looks a lot like George W. Bush’s», ha scritto Zakaria.

Il punto è centrale per capire l’evoluzione del pensiero politico di Barack Obama – e qui, sul Foglio e sul Sole 24 Ore è stato raccontato fino allo sfinimento (l’archivio è a disposizione).
Era evidente che la politica di sicurezza nazionale di Obama sarebbe stata la stessa di Bush, malgrado le concessioni retoriche a inizio mandato su Guantanamo, corti speciali e quant’altro. Era evidente, ma era meglio non dirlo per non sporcare l’immagine antibushiana di Obama.

La politica estera, invece, avrebbe dovuto essere davvero diversa rispetto a quella di Bush. Bush era per il regime change e spingeva per la freedom agenda, più libertà e meno dittature in particolare in quel Medio Oriente dove il mix tra dispotismo fascista e islamismo radicale ha prodotto la cultura di odio, il terrorismo e gli attacchi dell’11 settembre.

Obama si era candidato, prendendosi le critiche di Hillary e Biden e poi di McCain, con l’idea di trattare con i nemici, di scendere a patti, di mostrare il lato gentile dell’America. Il primo anno alla Casa Bianca, in effetti, Obama ha fatto così. Grandi discorsi, grandi propositi eccetera. Il culmine di questo approccio è stato il famoso discorso del Cairo del 2009 che, al contrario di quanto scrivono ancora adesso i commentatori che non lo hanno capito, non si rivolgeva ai popoli arabi e musulmani, ma ai loro regimi, ai quali l’America di Obama assicurava la fine dell’ingerenza democratica, della politica del regime change, delle campagne liberali della Freedom Agenda. Quello del Cairo è stato il discorso centrale della proposta neo-realista, neo kissingeriana, diciamo pure di destra della presidenza Obama.

A poco a poco Obama si è reso conto che quell’approccio era profondamente sbagliato, non solo moralmente ma anche realisticamente, e che quello giusto, corretto e moralmente chiaro era quello individuato dopo l’11 settembre dal suo predecessore. L’evento che ha fatto cambiare idea a Obama, come qui avete letto cento volte, è stata la repressione delle proteste democratiche in Iran, alla fine delle elezioni presidenziali presumibilmente taroccate.

Quando sono scoppiate le proteste, l’America di Obama ha scelto di non riconoscere "il movimento verde" dei democratici iraniani. Washington è stata l’ultima capitale occidentale a schierarsi con l’opposizione agli ayatollah scesa in piazza per chiedere libertà e democrazia. Obama voleva trattare con Ahmadinejad e i suoi superiori, quindi non poteva delegittimarli. Credeva nel dialogo e nella riappacificazione, sottovalutando la natura ideologica, religiosa e millenarista della rivoluzione islamista sciita.

L’Obama di quella fase stava col regime iraniano, così come indicava Bashar Assad di Siria come un riformatore, uno statista serio con cui riallacciare i rapporti diplomatici. A mano a mano che il regime teocratico di Teheran reprimeva, incarcerava e uccideva gli oppositori democratici, Obama ha capito che perlomeno rispetto all’Iran la sua strategia era totalmente insensata e controproducente anche perché rischiava di alienarsi le simpatie di una nuova generazione di iraniani. Buon ultimo, Obama si è schierato decisamente a favore dell’opposizione al regime, una volta chiara la volontà degli ayatollah di rispondere con un pugno serrato alla mano aperta offerta da Obama. In quel momento, primo di molti altri successivi, Obama ha ripreso l’atteggiamento bushiano sull’Iran anche sul nucleare di cui oggi, soltanto oggi, Fareed Zakaria scrive sul Washington Post.

E’ successa la stessa cosa sulla Primavera araba e poi sulla Libia. Obama si è avvicinato alle rivolte di piazza in Tunisia e in Egitto e poi in Libia con l’approccio realista, di distacco, di preferenza del "nostro figlio di puttana" piuttosto che simpatizzare con le varie piazze Tahrir.
Anche in questa occasione però ha capito, dopo l’imbarazzante esitazione iniziale, che l’America non può stare dalla parte sbagliata della storia e che quei regimi dittatoriali capaci di reprimere, stuprare e uccidere il loro stesso popolo, figuriamoci gli altri, sono la causa principale del disastro sociale, politico e culturale del Medio Oriente che si abbatte anche nei nostri confini. Sicché anche Obama è diventato un fautore della "freedom agenda" come il predecessore Bush e poi anche del famigerato "regime change" sulla punta della baionetta in Libia.

Tutte queste cose che i grandi esperti di politica internazionale di New York Times e Washington Post scoprono adesso, qui le avete lette in tempo reale, due e tre anni fa. #sapevatelo

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