Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

La più grande mistificazione dopo il big bang

La più grande mistificazione dopo il big bang è l’idea che l’Italia abbia conosciuto un ventennio di politiche neoliberiste. Non è vero, neanche per sbaglio, come dimostra la famosa lettera della Bce che ci chiede, adesso, di prendere le misure “liberiste” che non abbiamo mai adottato. Invece pare che questo sia il nuovo pensiero unico dominante: i guai italiani nascono dal liberismo. Un pensiero unico dominante che non sembra interessato a ricordare come, invece, siano state le politiche interventiste, stataliste e clientelari – accompagnate da corruzione e evasione fiscale, quindi da responsabilità della casta e dei cittadini extra casta – ad aver creato il debito pubblico gigantesco e i nostri guai attuali.

Eppure, no: la colpa è del neoliberismo. Lo sostengono i giornali orgogliosamente comunisti come il Manifesto, e ci mancherebbe. Ma anche quotidiani di area liberal, gli stessi che non sanno decidere se appoggiare le tesi della Bce o i sit in degli indignados, le ricette di Mario Draghi o i niet di Susanna Camusso e poi scelgono di appoggiare l’uno o l’altra a seconda della convenienza politica di giornata. Ad accusare l’ossimoro del cosidetto liberismo italiano sono i sindacati e il responsabile economia del Partito democratico, Stefano Fassina.

Federico Rampini di Repubblica arriva a dire che in questi ultimi trent’anni “neoliberista” è stata anche la sinistra, non solo la destra berlusconiana. Non so se Rampini si riferisca alla «Merchant Bank che non parla inglese» che si era insediata a Palazzo Chigi al tempo del governo D’Alema, copyright Guido Rossi, ma non è vera né la prima ipotesi né l’altra. Magari fossero vere.

Neoliberisti, qualsiasi cosa voglia dire quel prefisso “neo”, non sono stati né i governi Berlusconi né quelli Prodi, D’Alema e Amato. All’inizio, probabilmente Berlusconi avrebbe voluto esserlo, ma la scelta nel 1994 di mettere Antonio Martino agli Esteri, e successivamente alla Difesa, anziché all’Economia, avrebbe dovuto far intuire l’esito finale della promessa rivoluzione liberale (al Tesoro, come si sa, ha regnato un antimercatista e colbertiano come Giulio Tremonti).

Il primo governo Berlusconi è caduto nel 1994 sulla riforma delle pensioni, una riforma che ancora oggi l’Europa e i mercati ci chiedono, ma che Berlusconi non riuscì ad approvare per l’opposizione della Lega, dei sindacati e della sinistra postcomunista (Romano Prodi era favorevole, come da appello degli economisti pro riforma delle pensioni). Avessero vinto Berlusconi e Prodi allora, contro i sindacati e l’apparato postcomunista che ha prodotto Fassina, oggi saremmo in una situazione decisamente meno disagiata. Ma, appunto, sul campo il liberismo non ha vinto, ha perso.
 A sinistra è successa la stessa cosa, malgrado qualche timida, poi rientrata, apertura alle liberalizzazioni del ministro Pierluigi Bersani, ma erano tempi di lenzuolate mica di smacchiamenti di giaguari.

Anche Max D’Alema si era accorto che quella era la strada giusta, ma rimarrà nella storia della sua inadeguatezza politica quel Congresso di partito che il leader del Pds-Ds ha aperto con le ricette che Rampini chiamerebbe neoliberiste, ma che poi ha precipitosamente chiuso con un inchino alla Cgil dopo il no pasaran di Sergio Cofferati. Il liberismo è la dottrina economica che ha vinto il dibattito culturale degli ultimi 20 anni, questo è vero, ma è anche quella che ha perso la battaglia politica. Qualche riforma liberale, parziale e bipartisan c’è stata, per esempio, sul mercato del lavoro, prima con il ministro Treu (centrosinistra) e poi con Maroni (centrodestra), grazie al contributo di eroi civili come Marco Biagi, ucciso dai comunisti combattenti delle Brigate Rosse.

Oggi c’è Matteo Renzi, a riprovarci. Ma nel suo partito lo accusano di essere di destra, di essere un Berlusconi light, un Berlusconi di centrosinistra soltanto perché non appartiene all’album di famiglia della sinistra tradizionale. La prova della sua intelligenza col nemico, prima ancora che le sue proposte, è che il sindaco di Firenze piace anche agli elettori di centrodestra. Cioè accusano un potenziale leader di centrosinistra di essere un estraneo perché è capace di raccogliere consensi anche fuori dal proprio stretto schieramento. In qualsiasi altro posto al mondo gli consegnerebbero le chiavi di casa, visto che le elezioni da che mondo è mondo si vincono convincendo anche una fetta degli elettori dell’altra parte, ma da noi lo vorrebbero cacciare.

Rosy Bindi sostiene che quello di Renzi sia blairismo, secondo lei una cosa ripugnante, tra le peggiori, ma la presidente del Pd dimentica che Blair è stato il gigante della sinistra europea e il leader dell’Ulivo mondiale di cui lei stessa faceva parte. Qualcuno magari le dovrà ricordare le genuflessioni della sinistra italiana davanti all’amico Tony.

La sinistra in questi anni ha fatto la destra, scrive Rampini nel suo nuovo saggio sul futuro della sinistra edito da Mondadori, un saggio in cui propone per il futuro della sinistra l’austerità berlingueriana degli anni Settanta e lo sviluppo sostenibile del Club di Roma del 1968. Auguri!

Ora che Blair non c’è più, e al suo posto a Downing Street c’è un conservatore accusato, come Renzi dall’altra parte, di essere un Blair di destra, Bersani spiega che le idee di Renzi risalgono agli anni Ottanta. Non più blairiane, quindi, ma addirittura thatcheriane e reaganiane. Di destra, insomma. Se le idee economiche di Renzi risalgono agli anni Ottanta, quelle di tipo socialdemocratico di gran moda a Largo del Nazareno sono decisamente più anzianotte, tanto che perfino a D’Alema, perlomeno quando va all’estero, capita di dire che sono superate e obsolete.

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