Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Il primo giorno del governo Monti

Da un tecnico mi sarei aspettato meno vaghezze, più sostanza, più dettagli, più elenco preciso dei provvedimenti da adottare con urgenza. Ma l’analisi interna è corretta, non è per niente nuova e va nella giusta direzione. Da un tecnico europeista mi sarei aspettato, inoltre, che affrontasse il problema dei problemi che non è interno, ma esterno, ovvero la famigerata questione della Banca Centrale Europea che non fa da lender of last resort, da prestatore di ultima istanza, ovvero non fa il suo mestiere di banca centrale europea, ma di banca centrale tedesca. Questo è grave, anche perché ormai è unanimente riconosciuto da economisti ed esperti come il punto fondamentale per fermare la crisi che, riguardo all’Italia, non è di incapacità di pagare il debito (anche se con questi rendimenti dei bond lo sarà).
In generale il programma vagamente enunciato è una botta politica alla destra italiana, perché promette di fare quelle riforme liberali che la destra italiana (con l’eccezione di mezzo mercato del lavoro e la riforma universitaria) non è riuscita a fare. Il programma vagamente enunciato è una botta altrettanto forte per la sinistra italiana, quella che dopo l’apertura a metà di Walter Veltroni nel 2008 ha rinunciato a diventare una forza riformatrice, moderna e liberale sul modello delle principali sinistre mondiali di governo. Se Monti riuscirà a far approvare le riforme finirà, come previsto, in OccupyBocconi e con la Cgil e il PD a rimpiangere Sacconi. Quando il Corriere fece lo scoop rivelando la famosa lettera Bce Trichet-Draghi con le riforme radicali dell’economia suggerite all’Italia si era capito perfettamente che la Cgil avrebbe dovuto fare un monumento a Berlusconi, non uno sciopero generale, per aver detto di no a tagli di stipendi degli statali, aumenti di pensioni, licenziabilità facile eccetera. Ora queste cose le farà Monti, almeno si spera, col consenso del PD che qualche settimana fa aveva definito queste soluzioni, evocate da Matteo Renzi in un incontro alla Leopolda di Firenze, «vecchie ricette usate della destra anni Ottanta».
In questo momento, un ricordo poco caloroso va a tutti quelli nella politica, nei sindacati, nella società e nei giornali (sono sempre gli stessi) che nel 1994 si sono battuti con scioperi, stracci di vesti e urla belluine contro la riforma delle pensioni del primissimo governo Berlusconi. Vinsero loro, Berlusconi cadde, nonostante un appello a favore della riforma firmato da noti portatori di idee di destra come il Nobel Franco Modigliani, Romano Prodi e Paolo Sylos Labini. Ora sappiamo che se quella riforma allora fosse passata oggi non avremmo i problemi che abbiamo. Allora qualcuno provò a dire che partiti, sindacati, società civile in realtà scioperavano contro i loro figli, ma non ci fu verso. I loro figli continuano a non saperne niente.

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