Le cose che

Ho finalmente letto il libro di Gianni Riotta, Le cose che ho imparato (Mondadori). E’ un libro formidabile, fidatevi. Non lo dico perché Gianni è mio amico. Mi conoscete. Non mi fosse piaciuto non ne avrei scritto così. Non mi capitava da tempo di leggere un saggio di formazione familiare e letteraria così emozionante e commovente (quello dell’altro mio amico Hitchens, per esempio). Certo aiuta il fatto che io sappia cosa siano i cazzilli, sia cresciuto sentendo espressioni allo stesso tempo maestose e circoscritte come «potenza di gibbiuni», abbia trascorso le estati allo Zingaro, a Scopello e a San Vito e tutto quanto. Ma Le cose che ho imparato va oltre le mie madeleine. Diciamo che è una Baaria riuscita, un racconto di affetti personali irrigato copiosamente dal mare magnum della letteratura (la famosa «potenza di gibbiuni»: la gebbia è la vasca di irrigazione nelle campagne siciliane, un contadino che vide per la prima volta il mare commentò estasiato: «Potenza di gibbiuni»).
Le cose che ho imparato non è un libro sulla politica o sul giornalismo, chi lo legge principalmente con questa chiave evidentemente ha letto altro e si compiace nel buttarla in caciara, semmai è un fantastico libro sulla Sicilia e sul mondo, senza sicilianismi e senza sicilianitudine. Non ce n’è bisogno, come sanno i veri siciliani. La Sicilia è globale di suo, la Sicilia è il mondo. Nella vita diffidate di chi interpreta il ruolo del siciliano: il siciliano vero non fa il siciliano, non è spaesato né in continente né abroad, il siciliano è paesano di mondo.
