Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Le cose che


Ho finalmente letto il libro di Gianni Riotta, Le cose che ho imparato (Mondadori). E’ un libro formidabile, fidatevi. Non lo dico perché Gianni è mio amico. Mi conoscete. Non mi fosse piaciuto non ne avrei scritto così. Non mi capitava da tempo di leggere un saggio di formazione familiare e letteraria così emozionante e commovente (quello dell’altro mio amico Hitchens, per esempio). Certo aiuta il fatto che io sappia cosa siano i cazzilli, sia cresciuto sentendo espressioni allo stesso tempo maestose e circoscritte come «potenza di gibbiuni», abbia trascorso le estati allo Zingaro, a Scopello e a San Vito e tutto quanto. Ma Le cose che ho imparato va oltre le mie madeleine. Diciamo che è una Baaria riuscita, un racconto di affetti personali irrigato copiosamente dal mare magnum della letteratura (la famosa «potenza di gibbiuni»: la gebbia è la vasca di irrigazione nelle campagne siciliane, un contadino che vide per la prima volta il mare commentò estasiato: «Potenza di gibbiuni»).
Le cose che ho imparato non è un libro sulla politica o sul giornalismo, chi lo legge principalmente con questa chiave evidentemente ha letto altro e si compiace nel buttarla in caciara, semmai è un fantastico libro sulla Sicilia e sul mondo, senza sicilianismi e senza sicilianitudine. Non ce n’è bisogno, come sanno i veri siciliani. La Sicilia è globale di suo, la Sicilia è il mondo. Nella vita diffidate di chi interpreta il ruolo del siciliano: il siciliano vero non fa il siciliano, non è spaesato né in continente né abroad, il siciliano è paesano di mondo.

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