Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Un uomo coerente

Christopher Hitchens, detto Hitch e mai Chris, è morto giovedì a Houston, dove era ricoverato per curare un incurabile tumore all’esofago. Oratore formidabile, polemista colto, forte bevitore, Hitchens è stato l’intellettuale globale più influente degli ultimi dieci anni. A sinistra e a destra. Oggi è ricordato per la sua verve antireligiosa, mostrata nel libro Dio non è grande (Einaudi Stile Libero), ma in realtà Hitch era un dotto critico letterario, formato nei lontani anni londinesi e intorno al quale la rivista «Atlantic Monthly» ha ricostruito la sua sezione culturale. Sono state però le controversie politiche, intellettuali e personali a creare il personaggio. 
Hitchens è diventato Hitchens perché è stato il primo a definire «fascisti islamici» i terroristi di Allah.

Ascoltare Hitch era uno spettacolo. Arrivava negli studi televisivi o ai dibattiti, compresa una gustosa trasferta di 48 ore a Roma per sostenere il mio libro Cambiare Regime (Einaudi), in uno stato di preoccupante ebrezza. Si presentava con abito color crema da flaneur, lenti scure a coprire le occhiaie della notte precedente, bicchiere doppio malto invece del cappuccino, ma appena si accendevano le luci dello studio o il microfono iniziava ad amplificare la voce, Hitchens si trasformava nel più imbattibile oratore dai tempi di Demostene.

Amava parlare, molto più che scrivere. Stava a discutere per ore, fino a notte fonda. Con tutti e su tutto, mostrando con orgoglio la sua spilletta del partito dei lavoratori curdi appuntata al bavero della giacca e recitando le liriche di oscuri poeti britannici. Agli articoli, anche molto lunghi, Hitch dedicava meno di un’ora, a volte pochi minuti, senza rileggere e senza correggere. Buona sempre la prima.

Le sue invettive contro Bill Clinton e contro la religione gli hanno dato la visibilità che vanitosamente cercava. La difesa della freedom agenda bushiana e gli attacchi furibondi a Madre Teresa, Kissinger, Gandhi, Mike Bloomberg hanno fatto torcere le budella a molti. La sua malattia è diventata oggetto di articoli sul senso della vita. Quella volta che fu picchiato in Libano perché aveva strappato i manifesti di Hezbollah dai muri di Beirut ne ha fatto un saggio empirico di geopolitica. Non ci ha risparmiato un’inchiesta sul campo sulla depilazione totale del suo corpo per Vanity Fair e nemmeno la prova del waterboarding (la simulazione di annegamento della Cia per far parlare i terroristi). 


Definirlo un bastian contrario è irriguardoso, come dire che Napoleone era un semplice soldato. Ideologicamente era un rivoluzionario trotskista e un nemico del totalitarismo. Viveva secondo l’insegnamento della madre, morta suicida in una camera d’albergo in Grecia: «L’unico peccato imperdonabile è essere noiosi».

Aveva tutto dell’uomo di sinistra: il pedigree, l’aspetto, il linguaggio e le frequentazioni. Il suo «eroe intellettuale» era George Orwell. Gore Vidal lo considerava il suo delfino. Susan Sontag era l’amica del cuore. Il professore palestinese Edward Said era il suo maestro. Hitch scriveva per Vanity Fair oltre che per l’Atlantic Monthly e Slate.
Si è fatto le ossa al «New Statesman» di Londra con Martin Amis e James Fenton. L’amicizia con Amis è stata assoluta, quasi omoerotica. Quando Hitch ha avuto una storia con la sorella di Martin, tutti sapevano che la povera ragazza non era l’Amis che Hitch voleva veramente, ma meglio di niente.
Koba il terribile, il libro sui crimini di Stalin scritto da Amis, è in buona parte un dialogo tra Martin e Christopher con Hitchens nella parte del comunista. Hitch gli ha replicato sull’Atlantic con una portentosa stroncatura che secondo il romanziere Christopher Buckley ha convinto Amis a mai più cimentarsi con la saggistica. 

Qualche mese fa, a prefazione di un ennesimo libro di Hitch, Amis ha scritto un commovente living obituary, un necrologio da vivo, dell’amico morente che resta la cosa migliore mai scritta su di lui.


La mattina dell’11 settembre, Hitch si trovava sulla costa occidentale degli Stati Uniti, nello Stato di Washington, per ricordare l’11 settembre fino ad allora più famoso della storia americana: quello del 1973, quando Pinochet, non ostacolato dalla Casa Bianca, aveva rimosso il presidente cileno Allende per fermare l’espansionismo sovietico in Sudamerica. Nell’attico di Kalorama, quartiere residenziale di Washington, dove viveva con la moglie Carol Blue e la figlia Antonia e dove ospitava Susan Sontag, Paul Wolfowitz e i party di «Vanity Fair», Hitchens accusava i vecchi compagni di non cogliere la differenza tra i due 11 settembre: «Gli Stati Uniti in Cile aiutarono a rimuovere un governo eletto e a distruggere un sistema democratico, sostituendolo con una forma odiosa di dittatura militare. Ora, invece, fanno il contrario: sostituiscono regimi totalitari e fascisti con governi eletti e democratici».


I suoi vecchi compagni non si aspettavano la giravolta sull’Iraq, giravolta che Hitch però non considerava tale: i terroristi «sono fascisti travestiti da musulmani», «oppressori dei derelitti del mondo, non i portavoce di chi lotta contro le ingiustizie», solo quei «poveri stupidi» che invocano la pace non se ne accorgono.
Gli amici di un tempo lo hanno accusato di ogni empietà, «venduto e ubriacone», con una veemenza pari a quella che Bob Dylan dovette subire dai suoi fan dopo la svolta elettrica. Hitch ci ha bevuto su, è rimasto antifascista, ateo e polemico fino al suo ultimo giorno. «Vanity Fair» e l’«Atlantic» hanno ancora tre suoi pezzi da pubblicare. Einaudi sta per lanciare la sua straordinaria biografia, Hitch-22, ma resta indietro di tre libri: un dizionario di citazioni su tutto lo scibile umano, un dialogo con Tony Blair sulla religione e una monumentale raccolta di articoli.


Subito dopo la caduta delle Torri, Hitchens ha scritto che ciò cui avevamo assistito era un atto di «fascismo con un volto islamico», recuperando una famosa espressione di Alexander Dubcek sul «socialismo dal volto umano» poi ripresa da Sontag per descrivere la repressione sovietica in Polonia come una forma di «fascismo dal volto umano».
Ma ancora prima dell’Iraq, è stata la fatwa dell’Ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie del 1989 ad aprirgli gli occhi sul fascismo islamico: «Credevo che la sinistra avesse intuito la natura fascista del fondamentalismo islamico col caso Rushdie. Credevo avesse capito già allora che la rivoluzione islamista non era ribellione degli oppressi, ma un movimento degli oppressori. Che non era una battaglia antimperialista, ma volontà di ristabilire un impero perduto. Che non era una protesta contro la povertà e la disoccupazione, ma la causa della povertà e della mancanza di lavoro. Eppure la sinistra sottovaluta questo nemico, minimizza. Pensa che il più importante nemico del progresso umano sia la globalizzazione, cioè gli Stati Uniti d’America».

Il radicalismo islamista, secondo Hitchens, coincide con il fascismo nazionalista. La sua tesi è simile a quella di Paul Berman, l’altro intellettuale che ha provato a scardinare il pensiero unico della sinistra contemporanea: Secondo Hitchens, islamismo e fascismo «condividono il culto del leader e il culto della morte» e «sono entrambe ideologie irrazionali, estremamente violente, caratterizzate da un odio fanatico verso il popolo ebraico e volte a ricreare un glorioso passato perduto: il califfato».

Hitchens era convinto che molti protagonisti del movimento contro la guerra in Iraq non fossero pacifisti, ma guerrafondai schierati dall’altra parte: «Sono poveri stupidi convinti che l’Afghanistan sia il luogo dove il paese più ricco del mondo bombarda il più povero. Ma a questo giochetto retorico non mi battono. Cari pacifisti, che ne dite di questa: l’Afghanistan è il posto dove la società più aperta del mondo si confronta con quella più chiusa, dove donne che guidano gli aerei uccidono uomini che schiavizzano le donne». 


L’ultimo avversario di Hitchens è stato Dio, nientemeno. «La vera battaglia è tra il laicismo e il fanatismo religioso», diceva Hitch contro Bin Laden e soci. Senza mai perdere di vista la differenza tra tagliare le teste e obbedire ai comandamenti, si è fatto carico di suonarle anche all’occidente religioso. Hitch era un uomo coerente.

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