Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

L’imbarazzo del New York Times (e molto altro) sullo strano caso di Ron Paul

Ron Paul non esiste, segnatevelo. Potrebbe vincere in Iowa, è vero, ma per la felicità di Mitt Romney. Avete notato che l’unico a non attaccare Paul è proprio Romney? Ovvio il motivo: se uno come Ron Paul sconfigge (o anche solo limita, perché alla fine io penso che potrebbe vincere Romney anche in Iowa) i veri avversari di Romney, la partita per la nomination è già chiusa. Una settimana dopo, Romney incassa il New Hampshire e a poco a poco rimane senza concorrenti.
Il New York Times di oggi, con qualche imbarazzo e "in extremis" (come nota Alessandro Tapparini su Twitter), pubblica un editoriale di forte presa di distanza da Ron Paul per le sue posizioni inqualificabili su ebrei, neri, gay, aids eccetera. Lui nega, ma la difesa si basa su una tesi buona solo per i fanatici reduci da un lavaggio del cervello: dice, infatti, che non aveva letto la newsletter politica che per anni è uscita a suo nome.
Ron Paul è uno convinto, per dire, che il primo attentato alle Torri gemelle è stato orchestrato dal Mossad, che se l’Iran vuole cancellare Israele dalla cartina geografica a noi non ce ne deve importare niente, che ha definito il Martin Luther King Day "il giorno dell’odio per i bianchi", che ha accusato i gay neri di diffondere deliberatamente l’Aids per rivalsa patologica, che elogiava il leader neonazi del KKK David Duke, che non ripudia il sostegno di organizzazioni razziste, suprematiste bianche e antisemite. Potrei continuare per ore, ma vi rimando all’editoriale del Times, a un articolo del Post e a un articolo di Stefano Magni, altrettanto imbarazzato perché proveniente dal fronte libertario ma paradossalmente ancora più grave. La tesi di Magni è, ok, Ron Paul ha scritto e detto queste cose, ma queste cose sono nella tradizione del libertarismo. Cioè Magni per salvare Paul affossa tutto il libertarismo. No, Magni, il pensiero libertario è una cosa seria.
Ron Paul is a joke, non diventerà mai il candidato repubblicano, tantomeno presidente. C’è chi dice che potrebbe scendere in campo da indipendente, dove peraltro c’è un altro libertario molto più serio come Gary Johnson. Dubito, in realtà. Se Ron Paul farà questo passo metterebbe in crisi la carriera politica di suo figlio Rand, oggi senatore repubblicano (purtroppo un Paul candidato ci sarà sempre, anche nei prossimi anni). Ma Ron è un uomo di convinzioni solide e incorruttibili: così come ieri pubblicava newsletter razziste, oggi non rinnega l’appoggio che riceve dai razzisti; così come è convinto che l’America si merita ogni tipo di calamità per il solo fatto di aver superato il diciottesimo secolo, così (racconta il Wall Street Journal) tutti i suoi investimenti puntano sul collasso economico del paese di cui vuole diventare presidente.
Già quattro anni fa ci fu un simile entusiasmo per Ron Paul. Anche allora i giornali di sinistra lo sottolinearono con soddisfazione, perché Paul era l’anti Bush con le su posizioni isolazioniste di politica estera. Poi, apparentemente, Paul scomparve. Ma in realtà il movimento dei Tea Party ha avuto con lui la prima legittimazione. Paul, allora come oggi, incarna senza dubbio una nuova tendenza della società americana al tempo della crisi. Una tendenza che è una vecchia tradizione americana, ma che resta grazie al cielo minoritaria. Anche Pat Robertson vinse i caucus in Iowa. Pat Buchanan ci è andato vicino (e la volta scorsa ha vinto Mike Huckabee). Non è un caso che le loro posizioni di politica estera siano perfettamente identificabili, quella dei religiosi e quella del libertario. Quei risultati in Iowa segnalarono l’arrivo della Christian Coalition e della destra religiosa, questo rumore intorno a Paul ribadisce che in questo momento esiste la tendenza spiccatamente antistatalista nel mondo conservatore. Ma allora, come a questo giro, il partito poi elegge qualcun altro. I Robertson, i Buchanan e i Paul tornano senza tante storie al ruolo di imbarazzanti macchiette.

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