Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/82

Let England Shake di Polly Jean Harvey, detta PJ, è uscito esattamente un anno fa. Allora, Gommalacca non l’aveva ascoltato pour cause. Il valido motivo era il seguente: nei suoi venti anni di carriera, la quarantatreenne cantautrice britannica è passata dalle ballate dark al post punk al gothic rock a chissà cos’altro, producendo 7 dischi uno diverso dall’altro ma tutti caratterizzati dal fastidioso vezzo di dimostrare che lei, artista realmente indipendente al contrario di altri, non si sarebbe ripetuta, non si sarebbe arresa alle regole del mercato. Un anticonformismo stucchevole e molto conformista. Eppure non ascoltare Let England Shake per il pregiudizio sulla posa artistica della sua autrice è stato un errore imperdonabile. I primi dubbi sono arrivati quando le riviste Mojo e Uncut hanno messo il disco di PJ Harvey al primo posto assoluto nella loro abituale classifica dei migliori 50 dischi dell’anno. Secondo la classifica di Q, invece, Let England Shake è al secondo posto del best of 2011. Fin dal primo ascolto si intuisce che gli elogi non sono esagerati. Let England Shake è un concept album stupendo, con melodie affascinanti, parodie di marce e di inni militari, avvolto in una confezione musicale epica che a volte ricorda Joanna Newsom, Bjork e Kate Bush. Let England Shake è un lamento psico-geografico, ma anche patriottico, sul nazionalismo che unisce e contemporaneamente divide, sulla decadenza e sulla rovina creati dalla guerra. Come ha scritto un critico inglese, PJ Harvey canta un’Inghilterra che sbanda verso l’Apocalisse, rovinata dalla cecità delle proprie virtù, capace di svendere le proprie risorse naturali e di mandare i propri ragazzi a morire «come grumi di carne» in terre straniere. Un disco che esprime il complicato sentimento di amore, di orgoglio e di fastidio che l’autrice prova per il proprio paese. Let England Shake è un album pacifista, ma non politico. Un disco letterario, non contro una guerra in particolare, ma contro tutte le guerre. Non parla di Iraq o di Afghanistan, ma della battaglia di Gallipoli del 1915. C’è disperazione e non c’è speranza, nei testi. Ci sono morte, omicidi, fanatismi, oppressione e malcontento, ma miracolosamente alla fine prevale un senso di straordinaria bellezza.

Christian Rocca

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