Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/87

Tramp significa vagabondo, ma nella storia della musica una cosa è dire «tramp», un’altra «vagabondo». Quando in Born to run Bruce Springsteen canta «tramps like us, baby, we were born to run» c’è il desiderio di fuga, la voglia di riscatto, la corsa verso l’ignoto che, per quanto oscuro, consentirà comunque di scoprire il mondo, di vivere la vita, di uscire dalla trappola. Il vagabondo, sorry, il tramp di Springsteen insegue a finestrini aperti e capelli scompigliati il fuggente sogno americano. Sa che l’autostrada a due corsie che ha appena imboccato lo potrà portare ovunque. Non vuole restare tramp a vita, vuole sfuggire il destino, vuole spezzare le catene, vuole evitare di diventare un rottame, vuole avere successo e, anche se non lo sa ancora, magari vuole comprarsi una bella villa in California. A Springsteen è successo esattamente questo, e proprio per la realizzazione di questo sogno tutto sommato borghese è stato accusato di essersi venduto. Solita storia. Chissà quanti elogi avrebbe ricevuto se, invece, avesse condotto una vita di stravizi, come da manuale del perfetto rocker maledetto.

Quando i Nomadi cantano Io vagabondo, è tutta un’altra musica. «Io, vagabondo che son io» e «soldi in tasca non ne ho», cantati da un gruppo che già si chiama Nomadi, forse anche suo malgrado è l’inno surreale del borghese piccolo piccolo che sogna di fare un passo indietro, non in avanti come il Boss, anche se naturalmente per non più dei 3 minuti e 40 della canzone. I tramps, insomma, rischiano e cercano la redenzione. I vagabondi sono già arrivati, si atteggiano e non possono fare a meno del posto fisso.

Tutto questo perché è appena uscito un disco che si intitola proprio Tramp, cantato e suonato da una certa Sharon Van Etten, al terzo album di un’ancora giovane carriera. Un disco prodotto dal giro dei National, che può vantare la non banale collaborazione di Zach Condon, ovvero dei Beirut, e perfino un cameo di Sua Maestà Sufjan Stevens. Grandi recensioni sui giornali americani e inglesi, per questa ragazza del New Jersey in inevitabile trasferta a Nashville. Ma corre un brivido lungo la schiena: Sharon è una tramp o una vagabonda? A rassicurare è Give out, la più bella delle dodici canzoni dell’album. Sharon Van Etten è una tramp per amore. «You’re the reason why I’ll move to the city, you’re why I’ll need to leave». Tramp è un album intimo e delicato, racconta di un abbandono amoroso e di un conseguente e necessario trampismo alla ricerca della felicità.

Christian Rocca

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