Gommalacca/87
Quando i Nomadi cantano Io vagabondo, è tutta un’altra musica. «Io, vagabondo che son io» e «soldi in tasca non ne ho», cantati da un gruppo che già si chiama Nomadi, forse anche suo malgrado è l’inno surreale del borghese piccolo piccolo che sogna di fare un passo indietro, non in avanti come il Boss, anche se naturalmente per non più dei 3 minuti e 40 della canzone. I tramps, insomma, rischiano e cercano la redenzione. I vagabondi sono già arrivati, si atteggiano e non possono fare a meno del posto fisso.
Tutto questo perché è appena uscito un disco che si intitola proprio Tramp, cantato e suonato da una certa Sharon Van Etten, al terzo album di un’ancora giovane carriera. Un disco prodotto dal giro dei National, che può vantare la non banale collaborazione di Zach Condon, ovvero dei Beirut, e perfino un cameo di Sua Maestà Sufjan Stevens. Grandi recensioni sui giornali americani e inglesi, per questa ragazza del New Jersey in inevitabile trasferta a Nashville. Ma corre un brivido lungo la schiena: Sharon è una tramp o una vagabonda? A rassicurare è Give out, la più bella delle dodici canzoni dell’album. Sharon Van Etten è una tramp per amore. «You’re the reason why I’ll move to the city, you’re why I’ll need to leave». Tramp è un album intimo e delicato, racconta di un abbandono amoroso e di un conseguente e necessario trampismo alla ricerca della felicità.
Christian Rocca
