Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/91

La prima cosa che viene in mente è che Anaïs Mitchell è la versione femminile di Sufjan Stevens, uno degli eroi di queste colonne. Ma il paragone non è quello giusto. Young Man in America di Anaïs Mitchell è la versione americana di Let England Shake di PJ Harvey, nonostante i suoni inconfondibilmente british (o forse proprio per questo). Young Man in America è la pastorale americana di Anaïs Mitchell, figlia trentenne di un romanziere (ritratto in copertina) e di una professoressa universitaria del Vermont.

Voce angelica alla Joanna Newsom, spirito ribelle alla Ani DiFranco, visione pop alla Cindy Lauper, Anaïs Mitchell aveva stupito con l’album precedente intitolato Hadestown e definito da qualche ammiratore un’opera folk capace di adattare la storia di Orfeo ed Euridice all’epoca di un’America post apocalittica e in piena depressione. Per altri, invece, Hadestown era una via di mezzo tra Tommy degli Who e il genio musicale di Sufjan Stevens. Lì c’erano Bon Iver e Ani DiFranco a darle una mano, qui ci sono il mandolinista Chris Thile dei Punch Brothers e la violinista Jenny Scheinman.

Young Man in America è un album ancora più riuscito, un disco alla Sufjan Stevens senza Sufjan Stevens, un manifesto generazionale alla PJ Harvey senza PJ Harvey. Un album che racconta l’eterno sogno americano, inseguito e infranto da una gioventù ormai perduta e all’immancabile ricerca di se stessa. Undici storie che, secondo i critici fan, sembrano tratte dai racconti di Cormac McCarthy, di William Faulkner, di Mary Flannery O’Connor, di Jack Kerouac.

Altri vedono nelle canzoni di Mitchell le epiche atmosfere cinematografiche di Fronte del Porto, di Rusty il selvaggio, del più recente Into the wild. Anaïs Mitchell canta di gente che cerca di salvarsi dal proprio destino, di sfuggire al peso delle aspettative, di scappare dal proprio passato, dalla propria famiglia, da se stessa. Young man in America è folk delle radici americane, con fiati, archi e mandolini e un tocco soul. Un disco teso e drammatico, solo un pizzico artificiale nella cercare di riprodurre a tutti i costi l’America di Tom Joad. Un grande album, una grande cantautrice.

Christian Rocca

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