Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/92

Nell’agosto di due anni fa, su queste colonne si è parlato di Esperanza Spalding, contrabassista jazz allora venticinquenne. Capigliatura afro-chic, bellezza travolgente, tacchi a spillo. Origini nere da parte di padre. Gallesi, ispaniche, native american da parte di madre. Esperanza Spalding aveva già suonato due volte alla Casa Bianca e Obama se l’era portata anche a Oslo, dove per la terza volta la musicista di Portland ha omaggiato il presidente nella serata della consegna del Nobel per la pace. Lodata da grandi musicisti e premiata dalla critica, Esperanza aveva mostrato fin dal primo disco grande capacità di mescolare funk, soul e jazz in modo moderno, pop e cool. Il disco di due anni fa, per cui ha vinto a sorpresa il Grammy, si intitolava Chamber Music Society. Era un album acustico, con gli archi, la prima parte di un dittico. Il titolo dell’album successivo sarebbe stato: Radio Music Society.

Con un leggero ritardo, perché sarebbe dovuto uscire nel 2011, Radio Music Society è arrivato. Anche questo è un disco di sintesi, di rimandi, di citazioni. Non proprio un album originale, ma un compendio molto piacevole della musica nera dei tre decenni Sessanta, Settanta e Ottanta. Funk, rock, jazz e soul, come già nel precedente Chamber, ma Radio Music Society in realtà è molto diverso. Non è acustico, innanzitutto. È un disco molto elettrico.

Fin dal primo e lungo brano, Radio song, il più bello della collezione, Esperanza riapre una porta sul mondo ovattato e sofisticato di Donald Fagen, se non proprio degli Steely Dan. Ci sono anche echi dei Return to forever di Chick Corea e dell’epica stagione del jazz rock anni Settanta, sottolineati dallo straordinario apporto di musicisti che hanno attraversato i generi come Joe Lovano al sassofono e Jack DeJohnette alla batteria. Il sound ricorda anche Stevie Wonder, uno dei miti di Esperanza Spalding. Nei brani lenti, la sua voce ricorda la Joni Mitchell degli album jazz e del capolavoro Shadows and light, quello con Pat Metheny alla chitarra, Jaco Pastorius al basso e Michael Brecker al sassofono. Miglior complimento non si potrebbe fare.

Christian Rocca

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