Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/94

C’è da ringraziare Dan Auerbach, uno dei due fenomenali Black Keys, per averci finalmente consentito di accogliere nella nostra discoteca un album di Dr. John. Tutti gli appassionati di musica sanno che esiste un certo Dr. John from New Orleans, sciamanico sacerdote del rhythm and blues in salsa cajun, il cui vero nome è Mac Rebennack.

Dr. John, per dire, è il musicista che ha dato il titolo, grazie al suo album del 1974 Desitively Bonnaroo, a uno dei più famosi raduni rock del mondo: il festival Bannaroo, «divertimento» nel dialetto di New Orleans, che si tiene ogni anno a Manchester, in Tennessee, e dove lui, Dr. John, ovviamente è ospite di diritto.

Malgrado la rinomata fama di vendicatore vodoo di tutte le ingiustizie sociali e le mille collaborazioni eccellenti è difficile che i suoi dischi, anche quelli dell’epoca d’oro anni degli Settanta, siano mai entrati nelle case di un pubblico europeo. Può sembrare strano ma il circo rock è rimasto estraneo alle carnevalate da mardi gras e alle baracconate da guaritori ambulanti del west cui si è ispirato per indossare la maschera posticcia di dottore del blues.

L’anno scorso, sullo stesso palco del Bannaroo dove si è esibito anche Jovanotti, il settantenne Dr. John ha suonato con il giovane Auerbach. Quella fortunata collaborazione live tra un gigante in disarmo di New Orleans e un hipster di Akron, Ohio, si è spostata in uno studio di registrazione e il risultato è Locked down, un album imperdibile pubblicato dalla sempre più benemerita etichetta Nonesuch. Avrebbe potuto essere un disastro senza precedenti, questo incrocio intergenerazionale tra la musica creola di un tempo e l’alternative rock alla moda. Auerbach invece è riuscito a far diventare cool lo stregone, al contrario di quei produttori che lo avevano costretto alla caricatura di se stesso. La produzione di Auerbach è rispettosa e catartica, sul modello di Joe Henry con le dimenticate star del soul e di Rick Rubin con Johnny Cash.

Locked down è decisamente un disco di Dr. John, forse il più bello, apparentemente confusionario con quel mescolare di funk, afro-beat e blues, ma lucidissimo nel rintracciare le radici della musica dei Black Keys.

Christian Rocca

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