Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/97

Altro che talent show, nell’ultimo decennio le case discografiche si sono specializzate nel creare i «talenti sprecati show». Un modo, per la verità molto remunerativo, di rovinare il futuro artistico di ragazzi promettenti, anzi soprattutto di ragazze promettenti e anche molto carine. Gli esempi sono più d’uno: da Diana Krall a Corinne Bailey Rae. Brave, belle, capaci, ma costrette ad agire dentro il perimetro del pop-jazz da ascensore. Una noia infinita. Deve essere un complotto ordito dalle multinazionali per farci morire di tutti quei pizzichi necessari a rimanere svegli durante l’ascolto delle loro canzoni. Norah Jones è l’esempio più eclatante di talento sprecato, benché in questa epoca di fine del mercato discografico riesca comunque a vendere dischi a decine di milioni di copie. La cosa che lascia perplessi è il motivo per cui le major non provino a vendere altrettante copie sfruttando in pieno il talento della ragazza e appellandosi, come diceva Abramo Lincoln, ai migliori angeli della nostra natura, invece che all’easy listening da tinello. A 33 anni Norah Jones deve averlo capito e finalmente si è ribellata. Già da qualche anno suona con il suo gruppo alternativo, i Little Willies, senza infamia e senza lode. L’anno scorso, assieme a Danger Mouse e Jack White, ha partecipato al riuscitissimo progetto Rome di Daniele Luppi, ispirato alla musica degli spaghetti western anni Sessanta. Ora è uscito il suo nuovo disco Little Broken Hearts, prodotto proprio dal mago dei suoni Danger Mouse. Già dalla copertina si intuisce che è successo qualcosa: non c’è più la Norah Jones brava ragazza, ma una Norah Jones in versione femme fatale. Il disco è un gran disco, all’altezza del suo talento. Canzoni piacevoli, musica on the road e rimandi a Rome (All a dream su tutti). Little Broken Hearts è un album a tema unico: il cuore infranto, la malinconia di chi è stato lasciato, la vendetta. In Miriam, Norah Jones immagina di uccidere la sua rivale e canta sul registro di Adele. Ma è She’s 22 la canzone simbolo dell’album, il manifesto della depressione post abbandono amoroso: «Lei ha 22 anni/e ti ama/e non saprai mai quanto questa cosa mi deprime/Lei ti rende felice?/Vorrei tu fossi felice».

Christian Rocca

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