Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/98

Nell’anno in cui Bruce Springsteen, Leonard Cohen e Neil Young hanno pubblicato o stanno per uscire con un nuovo e celebrato album si sentiva la mancanza del Grande Vecchio: Sua Bobbità Dylan. A colmare la lacuna ci ha pensato Amnesty International, meritoria associazione in difesa dei diritti umani, con un disco quadruplo di cover dylaniane confezionato per festeggiare il cinquantesimo compleanno dell’organizzazione e il primo mezzo secolo di carriera di Bob Dylan. Le canzoni sono settantasei. Il disco si apre con Johnny Cash che canta One too many morning assieme ai favolosi Avett Brother e si chiude con Dylan che canta Chimes of Freedom, la canzone che dà il titolo all’album. In mezzo c’è di tutto: versioni senza personalità, adattamenti imbarazzanti, arrangiamenti sorprendenti, rielaborazioni wow. Le canzoni di Dylan hanno una caratteristica comune: sono di Dylan perché le canta lui, con quella voce stridula e gracchiante. In mano a chiunque altro diventano un’altra cosa, con l’eccezione di One of us must know (sooner or later) cantata da Mick Hucknall come un clone di Dylan. Ci sono anche casi strani: i Gaslight Anthem suonano Changing of the guards come se fosse un pezzo di Springsteen, mentre Michael Franti canta Subterreranea homesick blues al modo di Jovanotti. Appropriarsi di Dylan spesso è un bene, come dimostrano Patty Smith, Bettye Lavette e Adele. Le versioni più riuscite della collezione sono quelle metalliche di Rise Against, di Tom Morello e della Dave Matthews Band.

Christian Rocca

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