Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La Costituzione più bella del mondo. No, non è la nostra

No, la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Siamo cresciuti, è vero, con l’idea opposta, quella di vivere nel migliore dei mondi costituzionali possibili. Ma è una favola che sarebbe finalmente il caso di smettere di raccontare. In questi anni chiunque abbia messo in dubbio l’attualità e l’efficacia della nostra Carta, nei principi ancora più che nelle procedure, è stato accusato di essere un pericoloso sovversivo.

E, questo, nonostante nei decenni si sia affermata una prassi costituzionale – la cosiddetta "Costituzione materiale" esplicitamente teorizzata da Costantino Mortati – con cui la Costituzione originale è stata disapplicata e il dettato dei 139 articoli interpretato a piacere (avete notato, poi, che chi urla «giù le mani dalla Costituzione» si dimentica sempre che la Costituzione stessa, all’articolo 138, stabilisce le regole per cambiarla?).

Nessuno nega che il testo del 1948 abbia svolto un compito importante e decisivo nell’Italia post fascista né che sia stato a lungo tutela e garanzia democratica di un Paese uscito malamente dalla dittatura mussoliniana. Ma dalla fine della Seconda guerra mondiale sono trascorsi sessantaquattro anni, e ventidue dalla caduta del Muro di Berlino. Non che il problema sia l’anzianità della Carta. L’età non c’entra niente con la sua inadeguatezza. Alcune Costituzioni, quelle nate nel modo giusto, addirittura migliorano con gli anni. La Costituzione americana, nata come esperimento democratico inaudito, è di due secoli fa ma ancora adesso è fresca come un fiore. La Costituzione non scritta inglese, anche se non confinata dentro un testo rigido e, per ciò, più facilmente adattabile ai nuovi tempi pur nella continuità della tradizione giuridica, è più antica di quella americana e funziona che è una meraviglia (via Montesquieu, duecento e rotti anni fa, è stata addirittura presa a modello dai Padri fondatori americani nonostante cercassero idee per affrancarsi definitivamente dalla Corona inglese).

La Costituzione italiana è di un altro tipo: non è il prodotto di una rivoluzione democratica e liberale, non è frutto di una lotta di liberazione nazionale, ma è figlia di un particolare incrocio storico e politico post bellico. La nostra Costituzione è nata dalla devastazione di un Paese sconfitto e per molti versi è stata anche un ottimo compromesso ideologico che ci ha consentito di superare la Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti. Se fino agli anni Settanta siamo stati l’unica democrazia del Mediterraneo, un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e una nazione in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, il merito è anche di quel testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.

Oggi però non è più così. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione del 1948 non è più all’altezza della situazione. Altrimenti non si spiegherebbero i tentativi di cambiarla, compresi quelli recentissimi di Alfano, Bersani e Casini, né lo scollamento tra ciò che prevede il testo scritto e la prassi costituzionale. Ma finché non capiremo che i piccoli aggiustamenti non sono sufficienti, che qualche ritocco qua e là è soltanto un palliativo, che serve a poco limare questo o aggiungere quell’altro, difficilmente saremo capaci di affrontare le sfide della globalizzazione e della modernità.

Nelle pagine successive, Stefano Folli racconta perché nel passato sono falliti le proposte di modernizzare le nostre istituzioni, Sofia Ventura spiega in quale clima politico nascono le Costituzioni che funzionano, Stefano Pistolini ripercorre l’irripetibile febbre rivoluzionaria, egalitaria e sperimentale che travolse Filadelfia nel 1776, Edoardo Camurri nota con divertimento come le regole che gli adulti impongono ai bambini nell’Italia del 2012 siano in realtà il paradigma del nostro Paese e un’agenda programmatica per il i nostri nipoti.

Non spetta a IL entrare nel merito dei principi e delle regole da cambiare nella Costituzione. Rientra però nei compiti di una rivista di attualità ribadire che la Costituzione va cambiata, ok, ma non a spizzichi e bocconi, non rubacchiando una norma alla Quinta repubblica francese e il resto al cancellierato tedesco o al presidenzialismo degli Stati Uniti. Le Costituzioni non nascono a tavolino. Il tentativo di migliorare la Carta con interventi rapsodici e successivi è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è aggiunta confusione. A problemi si sono sommati altri problemi. Qualche miglioramento c’è anche stato, ma a danno di una visione di insieme, di un sistema coerente, di regole chiare.

Negli anni Novanta, l’Italia ha introdotto leggi elettorali prima per tre quarti maggioritarie e per un quarto proporzionali, poi tornate proporzionali con super premio di maggioranza. Ma queste leggi sono state innestate in un sistema istituzionale parlamentare che è rimasto immutato e che mal si è conciliato con l’elezione diretta (di fatto) del presidente del Consiglio. Da qui gli scontri istituzionali tra Governo e capo dello Stato. Il ruolo del capo dello Stato fa storia a sé. Siamo cresciuti con l’idea, da Costituzione più bella del mondo, che il nostro presidente della Repubblica non avesse poteri e fosse una specie di badante della Costituzione col compito unico di tagliare nastri e accarezzare i bambini. In forza di tale mostruosità costituzionale, dettata dalla repulsione per le «derive plebiscitarie», il posto al Quirinale è stato a lungo riservato a un tecnico, a un notaio, a un garante, meglio se anziano e senza carisma, con l’unico obiettivo politico di farci trascorrere sette anni di noia istituzionale. Ma è un falso costituzionale. Lo dimostrano sia la Costituzione scritta sia la più recente prassi che da Oscar Luigi Scalfaro è giunta indenne fino a Giorgio Napolitano.

I presidenti italiani pongono veti sui ministri, possono addirittura promuovere ribaltamenti dei risultati elettorali o governi d’emergenza del tutto privi di legittimità popolare, ma sempre nel pieno rispetto della lettera e dello spirito della Costituzione e nonostante le mini riforme politiche degli anni Novanta ci avessero convinto che spetta agli elettori scegliere direttamente il Governo e il premier. In realtà non è vero che il presidente della Repubblica italiana non abbia poteri. Semmai non esiste da nessuna altra parte che un presidente non eletto dal popolo abbia la quantità e la qualità dei poteri politici a disposizione del Quirinale. Il capo dello Stato è titolare dei due strumenti politici fondamentali in qualsiasi sistema democratico: spetta a lui sciogliere le Camere e a lui nominare il presidente del Consiglio, anche non tenendo conto del risultato delle urne.

Il nostro capo dello Stato ha il potere di convocare il Parlamento in seduta straordinaria e di indirizzare il dibattito politico inviando messaggi formali. Il capo dello Stato, se gli garba, può rimandare alle Camere una legge approvata dai rappresentanti del popolo. I disegni di legge del Governo devono essere autorizzati dal presidente, il quale è anche il capo delle Forze armate e presiede il Consiglio supremo di difesa, cioè è titolare di uno degli strumenti più importanti di politica estera, oltre che di sicurezza nazionale. In quella sede, e con questi poteri, Carlo Azeglio Ciampi ha impedito al governo Berlusconi di partecipare all’intervento militare in Iraq, al contrario di quanto fece Scalfaro con il governo D’Alema ai tempi del Kosovo. Il presidente nomina cinque senatori a vita con cui può cambiare la maggioranza al Senato. Può sciogliere i consigli regionali, presiede l’organo di autogoverno della magistratura, nomina un terzo dei giudici costituzionali e può annullare reato e pena con la grazia. Sono poteri pienamente politici che sarebbe meglio fossero esercitati alla luce del sole, in modo moderno da un vero leader politico. Napolitano lo sta facendo, con molto garbo e grande senso dello Stato, e non importa che non sia stato eletto al Quirinale dal corpo elettorale. Il famoso titolo dell’Espresso, «Re Giorgio», lasciava intendere che Napolitano fosse andato in qualche modo oltre la Costituzione. Invece no, la Costituzione era stata disattesa nel passato.

Accenni presidenzialisti, malgrado si dica il contrario, sono presenti nella lettera della Costituzione. C’è di più: la necessità del governo tecnico di Mario Monti di trovare di volta in volta in Parlamento i voti per le sue proposte ricorda, di fatto, il sistema americano con la netta divisione dei poteri più che un sistema tipicamente parlamentare. C’è da ripartire da zero. Modificare questo o quel potere, assegnarne o cancellarne altri, limitare le prerogative di questo o quell’organo è pura alchimia costituzionale, gioco a incastri per secchioni della politica. Ma le Costituzioni non sono puzzle. La riforma del titolo V della Costituzione, la successiva e sconclusionata introduzione di qualche principio federalista, l’eterno dibattito sul ruolo della magistratura e ora la discussione sul pareggio di bilancio e sulla libertà d’impresa sono cose che magari prese singolarmente hanno un senso, ma aggiunte a un’organizzazione dello Stato centralista e consociativa diventano facilmente indigeste.

Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull’individuo ma sul lavoro, su un’astrazione collettiva stabilita dall’articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto. L’articolo 2 chiede ai cittadini «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; il 4 il «dovere di svolgere… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»; il 33 vincola a «un esame di Stato» l’abilitazione a svolgere una professione; il 35 subordina «la libertà di emigrazione» all’«interesse generale»; il 41 dice che «l’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale»; il 42 statuisce che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che… ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale».

L’articolo 2 chiede ai cittadini «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; il 4 il «dovere di svolgere… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»; il 33 vincola a «un esame di Stato» l’abilitazione a svolgere una professione; il 35 subordina «la libertà di emigrazione» all’«interesse generale»; il 41 dice che «l’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale»; il 42 statuisce che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che… ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale».

Il problema, scrive Ostellino, è che spetta a chi detiene il potere stabilire che cosa siano «il progresso della società», «l’interesse generale», «l’utilità e la funzione sociale». Le potenzialità illiberali di questi principi astratti, più che la Costituzione più bella del mondo, ricordano «l’edificazione del socialismo» in Unione Sovietica e «il pensiero del Duce» nell’Italia fascista.

Il presidente Giorgio Napolitano ci scuserà se qui a IL, grazie a una celebre copertina dell’Economist su un nostro ex premier, ci siamo sinceramente convinti che la Costituzione del 1948 e gli acrobatici tentativi di modificarla a tavolino sono unfit to lead Italy. Inadeguati a guidare l’Italia.

Christian Rocca

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