Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/103

Sono mesi che ascolto il primo disco di una band di Athens, Alabama, senza decidermi a scriverne. Athens, Alabama. Non sarà Athens, Georgia, hometown dei REM, ma è pur sempre il profondissimo sud degli Stati Uniti dove storicamente si incrociano modernità musicali e suoni della tradizione. Avevo sentito parlare di questi Alabama Shakes in un tweet di inizio anno di Howard Wolfson, stratega elettorale di Hillary Clinton e ora vicesindaco di New York oltre che super appassionato di rock. Wolfson aveva scritto che non gli importava che cosa altro sarebbe uscito nel corso dell’anno appena iniziato ma certamente Boys and Girls degli Alabama Shakes sarebbe stato uno dei dischi più belli del 2012.

Quella previsione azzardata di inizio d’anno, oggi sembra meno campata in aria. Gli Alabama Shakes ricevono encomi unanimi dai critici e sono diventati semicelebri anche oltre i circuiti indipendenti, in particolare dopo l’endorsement di Jack White. A fare il resto c’è la straordinaria potenza comunicativa della cantante e leader Brittany Howard, la cui presenza non è esattamente l’idea più comune che l’industria dello spettacolo ha di una star.

Ascolto Boys and Girls, ma non capisco. Mi piace molto, ma ogni volta mi sembra un album diverso. Parte come un disco soul, sulla scia del revival inaugurato in Inghilterra da Amy Winehouse e Adele e nella più verace Brooklyn da Sharon Jones e dai suoi Dap Kings (a Milano e a Roma il 10 e il 13 luglio prossimi). Un paio di canzoni, dopo lo splendido pezzo di apertura Hold on, confermano la venatura soul dell’album. Poi invece Boys and Girls sembra un disco dei Rolling Stones. Poi forse uno di Janis Joplin. Alla fine è chiaramente un disco dei Led Zeppelin. Sembra una follia, ma c’è una certa coerenza in questa varietà. Gli Stones, JJ e gli Zeppelin hanno tutti flirtato, a modo loro, con il Motown sound. Gli Alabama Shakes ce lo ricordano, da figli dell’epoca retromaniaca che sta vivendo il rock. Il critico Simon Reynolds sostiene che il rock abbia rinunciato a spalancare le porte dell’avvenire per rifugiarsi comodamente nei revival, nelle reunion, nelle retrospettive. Vero. Ma che bello.

Christian Rocca

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