Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

La gaffe di Romney è Romney

Mitt Romney è un pessimo candidato, la risposta conservatrice a John Kerry. Poco credibile, troppo ricco e patrizio, concentrato a piacere a tutti pur non piacendo a nessuno, senza passione, senza principi solidi da mostrare al pubblico (i principi della Chiesa mormone è meglio lasciarli alla sfera privata). Essere sotto nei sondaggi con un Obama così malmesso, con tutti i fondamentali della politica negativi per un presidente in carica, è da primato. E il caos nella sua campagna elettorale, in particolare sulla gestazione del fiacco discorso di accettazione della candidatura a Tampa, svelato due giorni fa da Politico, ne è la prova. Romney non è ancora riuscito a spiegare agli americani perché vuole diventare presidente, che cosa vuole fare, qual è la sua visione del futuro. Ha provato a porre la questione su un referendum anti Obama, ma per adesso non sembra sufficiente. L’economia va male, ma non così male. L’Obama fatigue si fa sentire, ma fino a un certo punto. C’è voglia di cambiare rotta, ma senza salti nel buio. La gaffe sul 47 per cento che, no matter what, voterà comunque Obama è una gaffe in questo contesto di incapacità di comunicare e di trovare, scusate, una narrazione del futuro. In sé è una stupidaggine, un’ovvietà. Romney rinuncia a parlare a quel 47 per cento degli americani cosí come Obama non spende un dollaro per convincere gli elettori dell’Alabama o del Texas o del South Dakota. Sull’impatto di questa frase rubata a un fund raising chiuso alla stampa, nonostante lo spin degli obamiani e il pregiudizio obamiano dei grandi media, c’è da ricordare che non ne ebbe una simile, forse più grave, scappata nel 2008 a Obama a proposito degli elettori bianchi e conservatori “aggrappati ad armi e religione” per superare lo stress della crisi.

In questa situazione di oggettiva incapacità di stare al passo di Obama, semmai la cosa che colpisce è che Romney sia ancora lì (in particolare nei sondaggi Rasmussen). Nei pochi stati dove si giocherà la partita decisiva, Obama ha un vantaggio consolidato nel tempo ma nel voto popolare nazionale la differenza tra il presidente e lo sfidante è minima. Potranno ancora succedere molte cose, a cominciare dai dibattiti: crisi internazionali, peggioramento dell’economia, compimento di vere gaffe. Ma per ora Obama resta avanti. La gaffe non gaffe di Romney non aiuta lo sfidante e certamente aiuta il presidente a cambiare l’argomento per lui radioattivo: l’uccisione dell’ambasciatore a Bengasi dalla furia islamista. Obama ha promesso giustizia, ma se non arriverà entro la data delle elezioni la strage impunita di Bengasi resterà una macchia sulla sua presidenza. Se la presidenza di Obama sarà singola o doppia dipenderà anche dal fatto se la debacle di Bengasi sarà giudicata come quella devastante degli ostaggi in Iran per Carter oppure come fuga post strage islamista di Reagan (Libano) e di Clinton (Somalia).

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