Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/114

Ci sono dischi che valgono il prezzo dell’acquisto, o del download, anche solo per un brano. Where do you start, ultima incisione per Nonesuch del prolifico trio jazz di Brad Mehldau, è uno di questi. Il brano numero due è Holland, una delle più belle canzoni di Sufjan Stevens tratta da Greetings from Michigan. La cover ci mette un secolo a diventare la canzone composta da Stevens, e un attimo a discostarsene radicalmente, ma l’interplay pianoforte-contrabbasso-batteria è meraviglioso. Da solo, appunto, vale il prezzo del disco.

Quattro anni fa, alla Carnegie Hall di New York, Mehldau suonò Holland per la prima volta dal vivo, presentandola come una canzone di cui si era innamorato sentendola nella serie televisiva Weeds. Sembrava quasi che non avesse mai sentito nominare Sufjan Stevens, un cantautore che oggi invece aggiunge al gruppo dei big del rock – Radiohead, Oasis, Beatles, Nick Drake – magistralmente scomposti, improvvisati e reinterpretati in chiave jazz. Questo disco, in realtà, vale anche per gli altri brani. Sono dieci canzoni di altri autori più una sua originale, ciascuna delle quali destrutturata e restituita sotto una nuova forma. Strepitosa la Got me wrong di Alice in Chains che, in apertura del cd, ricorda il ritmo ostinato del primissimo Keith Jarrett. C’è anche Hey Joe di Jimi Hendrix e una superba Time has told me di Nick Drake.

Ma allora perché mettere Where do you start tra i dischi di una sola canzone? Per due motivi: a) il disco è bello, ma non aggiunge e non toglie nulla ai precedenti lavori di Mehldau; b) mi serviva un artificio per tenere nella stessa rubrica sia Mehldau sia il nuovo disco degli Avett Brothers.

Nel 2009, i tre ragazzi della North Carolina, due fratelli Avett più un amico, aiutati dal leggendario produttore Rick Rubin uscirono con un disco strepitoso, il sesto della loro carriera ma il primo con una casa discografica major, che è diventato un modello per la scena indie country-folk americana. Si intitolava I and Love and You ed era sublime. Il seguito, uscito in questi giorni, era quindi molto atteso. The Carpenter, il muratore, è composto da dodici canzoni tristi, profonde e lamentose (amore, vita e morte sono i temi ricorrenti dei Fratelli Avett). Il disco è di gran livello, ma più ripetitivo e meno sorprendente di I and Love and Me. Ci sono canzoni dolci e tenere, come A father’s first spring, e un paio di altre dimenticabili. Ma siete pregati di ascoltare Live and die, la canzone che da sola… eccetera. È contagiosa:

«And I wanna love you and more.

I wanna find you and more.

Can you tell me that I’m alive.

Let me prove it to ya..

You and I, we’re the same.

Live and die, we’re the same.

You rejoice, I complain.

But you and I, we’re the same».

Christian Rocca

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