Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Il nuovo sogno americano

It’s the American Dream, stupid. La grande sfida tra Barack Obama e Mitt Romney si gioca sul Sogno Americano. Sì, d’accordo, il dibattito è sull’economia, sul debito pubblico, sul welfare state, sulla sanità, sui posti di lavoro, sulle tasse, sul costo della benzina, sui tagli al Pentagono, sulla politica di sicurezza nazionale, ma al dunque le elezioni presidenziali del 6 novembre saranno vinte dal tedoforo più bravo a tenere viva la fiaccola dell’American Dream.
Il sogno americano è provarci, farcela, realizzarsi. Guardate la determinazione dei due ragazzi squattrinati di How to make It in America, la deliziosa serie tv Hbo ancora inedita in Italia: Ben e Cam inseguono il sogno di conquistare la scena fashion di New York, ma sono inadeguati e non ci riescono, eppure si rialzano e ricominciano ogni volta da capo come se nulla fosse. È questo il sogno americano, l’essenza stessa dell’America: non il raggiungimento della felicità, ma la garanzia di essere liberi, ma liberi veramente, di esercitare il diritto a ricercarla.
Alla convention repubblicana di Tampa, dove l’ex governatore del Massachusetts Romney ha cercato con qualche difficoltà di spiegare agli elettori l’America che ha in mente, si sono ascoltate commoventi storie di persone che si sono fatte da sole, gente capace di realizzare i propri sogni grazie all’ingegno, all’abnegazione e alle opportunità garantite dall’inaudita libertà americana. Alla convention democratica di Charlotte, dove il presidente Obama ha sottolineato l’importanza di finire il lavoro iniziato quattro anni fa, si sono ascoltate commoventi storie di chi invece ce l’ha fatta grazie alla safety net, alla rete di protezione, che lo Stato fornisce ai cittadini più bisognosi. Punti di partenza distanti, quelli di Obama e Romney, ma il sogno americano è il medesimo, anche se inevitabilmente declinato in modo diverso.
I conservatori credono che l’America si riprenderà tornando alle origini, rinnovando lo spirito della frontiera, liberando totalmente i cittadini da ogni costrizione imposta dallo Stato. I liberal rispondono che bisogna andare avanti sulla strada intrapresa da Obama, al costo di essere accusati di voler inseguire il modello europeo, perché non si può tornare indietro a quell’America degli anni Venti super individualista, molto ingiusta e poco protetta che piace ai nostalgici repubblicani.
C’è il forte rischio di caricatura in questa retorica di una parte e dell’altra che passa dal bianco al nero senza alcuna sfumatura di grigio, anche perché la grandezza dell’America sta proprio nella combinazione di questi due elementi: libertà e Stato minimo. Del resto Bill Clinton era quello che da sinistra diceva che l’era dello statalismo era finita e George W. Bush era quello che da destra professava un conservatorismo solidale. Ovviamente sia i liberal sia i conservatori sanno che questa accusa reciproca è posticcia, ma non frenano la foga propagandistica e sostengono acrobaticamente che in caso di prevalenza della visione altrui il Paese scivolerà sbadatamente verso l’inferno e renderà irraggiungibile il «runaway American dream», quel fuggente sogno americano su cui Bruce Springsteen ha costruito la sua pastorale. Siamo in pieno stile paranoico della politica americana, come da antico ma ancora attuale saggio di Richard Hofstadter (1964).
Obama e Romney promettono però di perpetuare il sogno americano. Sono entrambi convinti che l’America sia l’ultima grande speranza dell’uomo su questa terra, il Paese più formidabile della storia, la nazione eccezionale destinata per scelta e per costituzione a diffondere la libertà nel mondo. Questa non è una trovata da campagna elettorale, ma l’essenza della cultura e della tradizione politica americana. L’ideologia democratica e repubblicana nata oltre due secoli fa con la Rivoluzione americana si è fusa con il millenarismo protestante, ha scritto il Premio Pulitzer Gordon S. Wood nel libro The Idea of America, riuscendo in questo modo a convincere sinceramente gli americani di essere il popolo eletto da Dio, dotato di qualità e virtù peculiari e incaricato della responsabilità speciale di guidare il mondo verso la libertà e il governo democratico globale.
Prima ancora i Padri pellegrini parlavano di una città illuminata sopra la collina che avrebbe guidato l’America, la nuova Gerusalemme, verso la Terra promessa. La religione mormone, nata in America e di cui Romney è stato vescovo, è un prodotto tipico di questo modo di pensare, per quanto stramba è addirittura la quintessenza dello spirito americano: per i mormoni l’America è la nuova Zion, il Paradiso in Terra, il luogo fisico del Giardino dell’Eden e il posto dove Gesù risorgerà – individuato con precisione da Google Maps nella Jackson County del Missouri. Sono cose che fanno storcere il naso, se non di più, a cattolici e a laici, ma solo in America poteva nascere una religione di questo tipo e infatti i due geni comici di South Park e Team America, Trey Parker e Matt Stone, hanno puntato su ingenuità, semplicità e ottimismo dei mormoni per scherzare ancora una volta su ingenuità, semplicità e ottimismo degli americani in The Book of Mormon, lo show di straordinario successo a Broadway e nel 2013 in arrivo in Europa.
Lo storico James Adams, nel libro The Epic of America uscito nel pieno della Grande Recessione degli anni Trenta, è stato il primo a usare l’espressione American Dream: «Il sogno americano di una vita migliore, più ricca e più felice per tutti i cittadini di ogni ceto è il più grande contributo finora mai dato al pensiero e al benessere del mondo». «Quel sogno – ha scritto Adams – è stato realizzato in modo più pieno qui che altrove nel mondo, anche se in modo imperfetto tra noi stessi». Sessant’anni dopo Bill Clinton ha semplificato alla sua maniera il concetto: «Chi lavora duro e rispetta le regole non dovrebbe essere povero».
Siamo ancora qui. Obama e Romney non escono da questo binario. Un osservatore straniero che non abbia letto Alexis de Tocqueville (1) o sia intriso di pregiudizi può pensare che questa sia una forma di fanatismo nazionalista, ma la retorica del sogno americano non è patriottismo, è un’idea rivoluzionaria che attrae gente che vive in tutto il mondo e che spesso in America non c’è mai stata: gli ebrei russi che nel Novecento scappavano dai pogrom, i berlinesi assediati dai sovietici, i sindacalisti polacchi di Solidarnosc, i curdi massacrati da Saddam e così via.
Questa forte tradizione identitaria è la fonte primaria dell’urgenza americana per la missione divina, per il destino manifesto e per l’imperativo morale di voler aiutare il resto dell’umanità, anche se naturalmente la realizzazione spesso non è all’altezza dei principi fondatori. E infatti c’è chi non la beve, chi pensa che in realtà il sogno americano sia un incubo colmo di ingiustizia, di ignoranza e di diseguaglianza. Senza scomodare gli antiamericani di professione, seguaci a loro volta di ideologie illiberali alternative a quella americanista, non possono sfuggire i dati sulle difficoltà del ceto medio, le statistiche su chi ha perso il lavoro, su chi non può più pagare il mutuo della casa, su chi non può permettersi le cure mediche.
La vita degli americani è molto più dura di quella degli europei occidentali, provate a fare un giro nello sperduto West del Paese, nella sterminata campagna del Sud, nelle praterie del Midwest. «Il capitalismo produce vincitori e vinti – ha scritto lo storico Jon Meacham nel saggio Rinnovare il sogno americano –. 
Alcuni sogni sono veri, altri no. Uguaglianza dei risultati però non è la stessa cosa di uguaglianza di opportunità e l’uguaglianza di opportunità è il cuore dell’idea americana». Basta guardare la prima puntata della serie televisiva The Newsroom di Aaron Sorkin o un documentario di Michael Moore o un film di Spike Lee o una biopic di Oliver Stone per cogliere quanto sia diffuso anche tra le élite il rifiuto dell’idea che l’America sia davvero un’eccezione nel pianeta. Eppure, come diceva Christopher Hitchens, la Rivoluzione americana è l’unica rivoluzione del mondo ancora attrattiva e con un potenziale, l’unica che sta ancora in piedi e anche la più longeva. Una cosa che trenta o quaranta anni fa in pochi avrebbero previsto (mentre scrivo guardo una copertina di Time di fine settembre 1987, il titolo è sull’irresistibile macchina da guerra spaziale dell’Unione Sovietica, foriera di ulteriori e progressivi successi. Due anni dopo l’Unione Sovietica è scomparsa).
Il destino dell’America, ha scritto il patriota ungherese Louis Kossuth nel 1852, è essere la pietra angolare della libertà. Nel momento in cui l’America dovesse perdere questa consapevolezza sarebbe l’inizio del suo declino. Ecco perché la sfida tra Obama e Romney si gioca sulla rappresentazione dell’American Dream. Ecco perché i repubblicani, oltre a sottolineare con qualche ragione la persistente crisi economica e l’aumento del debito pubblico nell’America di Obama, provano meno lealmente a mettere in dubbio che le ricette socialisteggianti del presidente, e il presidente stesso, non siano sufficientemente in linea con la tradizione americana. Non c’entra il razzismo contro il presidente nero. C’entra, semmai, che solo sul tradimento dell’epopea del sogno americano, e sul timore che la protezione eccessiva dello Stato possa fiaccare il carattere americano, risieda la chance dei repubblicani di riconquistare la Casa Bianca.
L’accusa a Obama non viene dismessa come bassa propaganda elettorale perché effettivamente la ripresa tarda a farsi sentire e perché è vero che le politiche del presidente hanno ulteriormente aumentato il debito pubblico, ma continua a suonare poco credibile perché la Casa Bianca non ha fatto altro che affrontare la crisi economica iniziata prima della sua elezione con le stesse misure (e con gli stessi uomini) di George W. Bush alla fine del suo mandato. Obama, poi, ha gioco facile a replicare agli avversari che grazie al suo intervento pubblico il sistema finanziario, l’industria automobilistica e l’economia americana si sono salvati («Detroit is alive and Osama is dead», è la sintesi efficace dei suoi primi quattro anni). Anche se poi è obbligato a dire, come alla convention di Charlotte, che «lo Stato non può risolvere tutto», per poi aggiungere «ma non è nemmeno la causa di tutti i mali». Il paradosso di Obama è proprio questo: è accusato da destra e sinistra in coro e per i motivi opposti. I repubblicani dicono che è un socialista, il Nobel per l’Economia Paul Krugman lo accusa di essere un repubblicano moderato. I conservatori sostengono sia un presidente anti business, i radical che si sia venduto a Wall Street (Obama, tra l’altro, è uno degli obiettivi polemici del movimento Occupy Wall Street).
La destra spiega che la riforma sanitaria obamiana è il primo passo verso l’europeizzazione dell’America, la sinistra lamenta che per la smania di conquistare consensi al centro, peraltro mai arrivati, Obama abbia sprecato l’occasione di cambiare sul serio il sistema sanitario americano che, invece, rimane gestito e pagato dai privati. La stessa cosa è successa sulla politica estera e di sicurezza nazionale. Obama è contemporaneamente il presidente che va in giro a scusarsi con il mondo (secondo i repubblicani) ma anche il più feroce utilizzatore della supremazia militare americana (secondo i suoi critici di sinistra). Obama è accusato dai conservatori di non aver sostenuto le primavere arabe e ora che laggiù si sente l’arrivo dell’autunno è criticato dagli stessi repubblicani per averle aiutate fin troppo a danno dei tradizionali amici degli Stati Uniti. Da sinistra lo spingevano a intervenire in Libia per fermare i massacri annunciati da Gheddafi, salvo poi criticarlo per aver abbattuto con la forza il dittatore libico in linea con la politica del regime change cara a Bush. Ora l’asse polemico si è spostato più a est, in Siria, e finché Obama non interverrà direttamente riceverà critiche apocalittiche di indifferenza morale e inadeguatezza a guidare l’America sia dalla destra sia dalla sinistra.
Obama è contemporaneamente Nobel per la Pace e guerrafondaio. Colui che ha salvato Wall Street ma anche il suo fustigatore. Il presidente che ha ristabilito lo status dell’America nel mondo e quello che vuole gestire il suo inevitabile declino. Quello che si inchina ai leader del mondo e quello che li rimuove o minaccia di rimuoverli. A Obama arrivano strali per non aver chiuso Guantánamo, ma anche perché lo voleva chiudere. Gli arrivano elogi di sinistra e critiche di destra per aver terminato l’era delle tecniche avanzate di interrogatorio dei terroristi dell’era Bush, ma anche critiche di sinistra ed elogi di destra per aver triplicato il numero dei soldati in Afghanistan (2). Sì, Obama ha soddisfatto la sinistra per aver ritirato i soldati dall’Iraq, sia pure secondo il calendario stabilito da Bush e dal governo iracheno, ma l’ha delusa perché ha bombardato un giorno sì e uno no il Pakistan con gli aerei senza pilota, i droni, guidati come un videogame dalle basi militari in Nevada.
Obama aveva promesso un’Amministrazione trasparente e un uso limitato della prerogativa presidenziale di decidere senza il consenso del Congresso, ma i primi quattro anni hanno fatto rimpiangere anche al mondo liberal la franchezza, l’apertura e la disponibilità di Bush. Per cambiare il regime iracheno, Bush ha ottenuto un voto del Congresso, istituzione che peraltro aveva dato il consenso al regime change già ai tempi di Clinton, mentre per cacciare Gheddafi e per autorizzare i 284 bombardamenti sul Pakistan Obama ha fatto tutto da solo (secondo uno studio della New America Foundation, negli anni di Obama sono stati uccisi con i droni tra le 1.503 e le 2.642 persone, soltanto il 2 per cento leader di primo piano, gli altri militanti comuni; e poi tra 474 e 881 civili, di cui 176 bambini). Obama ha pure autorizzato, ed eseguito, l’uccisione di cittadini americani sospettati di terrorismo dalle agenzie di intelligence, una decisione leggermente più irriguardosa rispetto al mega scandalo bushiano sul programma di intercettazione di telefonate tra sospetti terroristi e possibili loro contatti americani. Obama non solo non ha chiuso Guantánamo, ma ha recuperato le Corti speciali militari ideate da Bush, approvate dal Congresso e confermate dalla Corte Suprema e addirittura per un gruppo di combattenti islamisti catturati in Afghanistan ha deciso, formalmente, di procedere alla detenzione infinita e senza processo.
Qualche ragione di lamentela la sinistra che si aspettava un ribaltone delle politiche bushiane ce l’ha, ma la destra che lo accusa di essere un debole contro il terrorismo sconfina nel ridicolo. Obama non è un terzomondista, filo islamico e antiamericano e non è nemmeno un pericoloso guerrafondaio. Resta però il dubbio che nemmeno lui sappia che cosa sia. Obama è uno che costruisce ponti. Lo ha fatto per tutta la vita: tra la cultura del Midwest di sua madre e dei nonni che lo hanno cresciuto e quella africana di suo padre; tra l’élite accademica della costa East e la South Side nera di Chicago; tra il mondo liberal e quello conservatore. Obama ha sempre cercato di occupare un punto di equilibrio tra posizioni divergenti.
Otto anni fa ha entusiasmato la Convention democratica di Boston con un discorso sull’unità nazionale e su quella piattaforma politica è diventato senatore, ha vinto le primarie ed è stato eletto presidente. Aveva convinto gli americani di sinistra e di destra, e quelli di centro. Al primo anno alla Casa Bianca, insistendo sulla riforma sanitaria in un momento di crisi in cui ci si aspettava interventi sul lavoro, ha perso il consenso degli elettori moderati. Al secondo anno, per recuperare, si è spostato al centro sulla guerra al terrorismo, sulla politica fiscale e sui temi sociali e così ha perso l’ala radical della sua coalizione elettorale, senza peraltro riconquistare chi aveva perso l’anno precedente. Al terzo Obama era a terra, quasi senza più speranza di riprendersi. Al quarto si è rialzato: il consenso della sua parte è tornato, grazie alla tenuta dell’economia, alle posizioni sui gay e all’inadeguatezza dei suoi avversari.
L’Obama del 2012 non è più quello capace di costruire ponti, ma l’America è così spaccata a metà che è probabile che le elezioni si decidano mobilitando il numero più alto dei propri elettori, rinunciando a conquistare gli indecisi, gli indipendenti e quelli dell’altro schieramento. Il giornalista Sasha Issenberg va addirittura oltre e, nel saggio The Victory Lab, spiega come i comitati elettorali più all’avanguardia – e quindi certamente quelli di Obama e di Romney – conoscano i propri elettori ancora prima che questi abbiano deciso per chi votare grazie ad algoritmi e analisi dei dati comportamentali. In un Paese con una bassa affluenza alle urne come gli Stati Uniti, oggi le campagne si concentrano principalmente su raffinate tecniche persuasive tenute sotto traccia, fondate sui principi della behavioral psychology (3) e volte a convincere i propri potenziali elettori ad andare a votare.
Obama non è un ideologo, è un pragmatico. La sua formazione politica e ideale è quella del classico liberal della sinistra accademica, ma è un politico accorto e consapevole che la realtà non è quella dei campus universitari e per questo agisce di conseguenza. Mitt Romney non è molto diverso. Non è un ideologo di destra, tutt’altro. Da governatore del Massachusetts ha varato la riforma sanitaria che è stata poi presa a modello da Obama nel 2009. Romney sembra in difficoltà a gestire le sue convinzioni con quelle più estremiste della Right Nation. Ma anche lui è un politico pragmatico, un businessman abituato a prendere decisioni ponderate e mai spericolate come ha documentato in una splendida inchiesta su Time il reporter investigativo e Premio Pulitzer Barton Gellman. La sua fede mormone lo mette nel campo dei conservatori sociali, ma in caso di elezione non sarebbe meno agganciato alla realtà dell’attuale presidente. Già non vuole più abrogare nella sua interezza la riforma sanitaria, del resto ispirata non solo alla sua ma anche a una proposta del centro studi reaganiano Heritage Foundation (4).
La differenza con Obama sulla riduzione delle tasse riguarda solo le famiglie che guadagnano più di 250mila dollari: Romney vuole mantenere le attuali aliquote, Obama vuole tornare a quelle dell’era Clinton. Romney si presenta come un candidato più pro business di Obama, anche per il suo passato da investitore in Bain Capital, ma al di là di qualche mossa elettorale, subito rintuzzata da rassicurazioni di ogni tipo sia a Wall Street sia a chi temeva politiche protezioniste, Obama si è sempre mostrato attento all’industria finanziaria, ai trattati di libero scambio e i suoi tre chief of staff in passato sono stati banchieri. Romney è retoricamente più spavaldo sulla politica estera, ma difficilmente potrebbe essere più interventista di Obama. Sarà più amico di Israele, Paese cui però Obama ha fornito le bombe anti bunker per colpire le centrali sotterranee iraniane che Bush invece aveva negato. Ma le differenze strategiche sull’Iran nucleare con la Casa Bianca attuale sono inesistenti. I sondaggi, nel momento in cui questo numero di IL va in stampa, indicano una facile rielezione di Obama, anche se c’è chi contesta la correttezza di rilevazioni che si basano ancora sui modelli statistici di quattro anni. E se avesse ragione Sasha Issenberg nel saggio Victory Lab, potremmo davvero non sapere nulla di che cosa sta succedendo. Ma chiunque vinca il 6 novembre, state certi che alla Casa Bianca ci sarà un presidente americano.
Christian Rocca

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