Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

L’ultimo dibattito

Nessuno sfidante può vincere un dibattito di politica estera con il Comandante in Capo, soprattutto se il Comandante in Capo liberal ha condotto una politica estera e di sicurezza con un approccio iniziale di destra, realista e poco idealista. Forse solo Reagan con Carter e Clinton con Bush senior ci sono riusciti e infatti sono stati eletti. Romney c’è andato vicino. Ovvio che Obama è sembrato più credibile, e meno confuso di Romney. Tecnicamente ha vinto lui il dibattito, ha fatto buone battute che saranno ripetute in tv, ma la strategia di Romney non era quella di assestare il colpo del KO. Romney doveva dimostrare di essere presidential, di conoscere i dossier e, soprattutto, di non farsi mettere all’angolo dal presidente come un nuovo George W. Bush (o, meglio, come la caricatura di Bush). Non doveva fare il guerrafondaio, il pericoloso, l’ideologo. C’è riuscito in pieno. E per questo ha vinto. Ha evitato di uscire dal dibattito come un pericoloso neo bushiano e ne è uscito da neo obamiano.
Obama lo ha attaccato in modo violento, irrispettoso e poco presidential, quasi fosse lo sfidante, ma Romney non c’è cascato e come i pugili in vantaggio o come quelli chiaramente inferiori ha abbracciato il presidente, tenendolo a distanza, condividendo tutte le politiche già intraprese da Obama, dall’Iran alla Siria, dai droni alla Libia, mostrando che tra i due candidati non c’è alcuna differenza di posizione. Anzi sulla Cina è sembrato lui quello moderato, definendo Pechino un possibile partner e certamente non un avversario. Obama invece ha detto il contrario: la CIna è un avversario, ma potrebbe essere un partner. L’Europa non esiste per nessuno dei due e Obama ha detto apertamente che, semmai, l’America è una Potenza del Pacifico.
C’erano così poche, inesistenti differenze tra i due, che i due candidati hanno parlato per quasi metà del tempo di temi di politica interna ed economica. Obama ha detto più volte, al modo di Nixon o Kissinger, che l’America deve smettere di pensare al Nation Building all’estero e ricostruire il paese in casa. Bill Clinton non ne sarà stato contento, così come nessuno che si dice di sinistra. Ma la politica estera di Obama, appunto, non è mai stata di sinistra, ma nella tradizione dei repubblicani alla Bush senior. Unica differenza le spese militari, ma minima. Romney le vuole aumentare, Obama le vuole mantenere al livello attuale.
Il dibattito non mi pare possa aver cambiato il corso della sfida, al contrario del primo di Denver. E anche questa è una vittoria di Romney.
Una cosa è certa: chiunque sarà eletto il 6 novembre, nel 2013 la politica estera e di sicurezza nazionale non cambierà (e non è cambiata nemmeno tra Bush e Obama).

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