Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

A sei giorni dal voto

Mancano sei giorni alle elezioni presidenziali americane. Oggi l’idea prevalente, o perlomeno lo spin degli obamiani, è che l’inerzia pro Romney di queste settimane si sia affievolita. Anche se ieri i sondaggi erano ancora molto pro Romney. L’emergenza Sandy ha distolto l’attenzione dalla campagna elettorale, permettendo al presidente di respirare e di mostrarsi in charge delle grandi operazioni di salvataggio e di ricostruzione. In realtà il presidente può fare poco in questi casi, se non firmare lo stato d’emergenza che fa confluire agli stati gli aiuti federali più velocemente e mostrarsi vicino a chi è stato colpito (feeling the pain, era il mantra di Bill Clinton). Il ruolo di Obama è stato sottolineato, con notevole esibizione di fair play e bipartisanship, dal governatore repubblicano del New Jersey Chris Christie, già keynote speaker di Rommey alla convention di Tampa a fine agosto. Oggi Obama e Christie trascorreranno alcune ore insieme ad Atlantic City, una delle città più colpite da Sandy (era successo anche ai tempi di Irene). Romney invece è in Florida e deve difendersi dagli attacchi dei democratici e degli opinionisti di area, compreso il primo editoriale del New York Times di ieri, che non hanno esitato a ricordare che Romney, e soprattutto il suo vice Paul Ryan, vogliono tagliare i fondi federali alla protezione civile.
Oggi, poi, è uscito un sondaggio Quinnipac condotto per conto del New York Times e della NBC. Il sondaggio che nelle settimane scorse dava un super vantaggio incolmabile a Obama più o meno in tutti gli stati in bilico, conferma il vantaggio del presidente in Ohio (+5), in Virginia (+2) e in Florida (+1).
Finisse così sarebbe una vittoria a valanga per Obama. Senonché ci sono sempre i dati Gallup che non danno soltanto Romney in vantaggio ma segnalano che nell’early voting, cioè tra chi ha votato in anticipo quando i sondaggi erano super favorevoli a Obama, in vantaggio pare ci sia Romney. Fosse così, Romney vincerebbe il voto popolare e probabilmente anche il numero sufficiente di Stati per essere eletto.
Il problema è che nessuno sa davvero che cosa stia succedendo, anche se il nervosismo nel quartier generale di Chicago di Obama significa qualcosa così come qualcosa vorrà dire se 21 giornali che quattro anni fa sostennero Obama questa volta hanno consigliato agli elettori di votare Romney.
Sicuramente, dopo il dibattito di Denver, c’è stato un enorme balzo in avanti dello sfidante che fino a un momento prima era assolutamente spacciato. Bisogna capire se è stato sufficiente a colmare la distanza, come è possibile, se l’effetto è ancora in corso o si è fermato e, soprattutto, se è riuscito addirittura a superarlo. Continuo a pensare che la mappa elettorale, sondaggi a parte, sia decisamente più favorevole alla riconferma di Obama.

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