Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/123

Duncan Sheik è mio coetaneo. Nei tanto deprecati anni Ottanta è diventato maggiorenne, ventenne, adulto. Cantautore di culto nato nel New Jersey, più di dieci anni fa ha registrato un paio di dischi formidabili, anche se per pochi intimi, e poi si è dedicato con grande successo a scrivere musical per Broadway e colonne sonore per il cinema. Un anno e mezzo fa, consapevole che ormai il suo lavoro è un altro, ha pubblicato un disco-omaggio alla musica della sua adolescenza, Covers 80’s. Una compilation di brani dei Depeche Mode, dei Talk Talk, dei Japan, degli Smiths, dei Tears for Fear e degli altri campioni della new wave britannica. Sheik aveva ridotto all’osso quei brani vibranti di tastiere e di diavolerie elettroniche, ricreandoli per sottrazione come se non fossero nati nei luccicanti anni Ottanta ma al tempo della recessione, quando tutto viene ridotto al minimo, all’essenziale e per necessità si va alla riscoperta delle radici. Insomma, un disco di ballate alt-country molto bello, però capace come le madeleine proustiane di riattivare la memoria dell’adolescenza felice e spensierata.

Qualche giorno fa, Duncan Sheik è tornato sul luogo del delitto pubblicando Covers Eighties Remixed. Sheik ha rivestito quegli stessi brani che l’anno scorso aveva spogliato del tutto, ricaricandoli di una pesante produzione elettronica che prova a rigenerare e attualizzare le atmosfere sonore di venticinque anni fa.

Uhm. L’operazione non è riuscita.

Non che il disco sia brutto, anzi, ma nel momento esatto in cui ho ascoltato la versione 2012 di Life’s what you make it, uno dei tanti capolavori dei Talk Talk, ho sentito il bisogno fisico di cercare tra i miei vecchi ellepì i vinili originali del gruppo inglese e di riascoltarli sul piatto. Life’s what you make it è dentro The colour of Spring (1986), cronologicamente il terz’ultimo disco dei Talk Talk, ma in realtà è il primo della trilogia che secondo alcuni critici ha anticipato il post rock e influenzato generazioni di musicisti contemporanei, dai Radiohead ai Sigur Ros. Gli altri due dischi della trilogia sono The spirit of Eden (1988) e Laughing Stock (1991). Nessuno dei tre ha avuto il successo che meritava, soprattutto perché non conteneva canzoni tradizionali, e certamente non ha venduto quanto i primi, fortunatissimi, due dischi: The party’s over (riascoltate Talk Talk e Today) e It’s my life (Dum dum girl, Such a shame, Renee, It’s my life). I primi due erano una miscela new romantic delle canzoni dei Roxy Music e dei Duran Duran, godibilissima ma inesorabilmente ancorata a quell’epoca. Quei tre vinili da collezione, invece, sono una combinazione unica di suoni rarefatti e ambientali e di melodie rallentate e contemplative, anticipatrici di quasi tutto il rock e il post rock successivo.

Christian Rocca

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