Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Una (lunga) risposta ad Adriano Sofri su Guantanamo

Molto belle le due pagine di Adriano Sofri sul Foglio di oggi, sintetizzate nella sua Piccola Posta: Guantanamo va chiusa. Ma il problema non è se il carcere speciale antiterrorismo vada chiuso. Non lo scrivo per benaltrismo. Al contrario.

Tutti vogliono chiudere Guantanamo: Barack Obama; il suo primo sfidante repubblicano John McCain; perfino George W. Bush, ovvero il presidente che ha aperto quel carcere (lo disse già nel 2005 a Berlino). Non lo ha chiuso nessuno, nella realtà, e anzi tutti lo hanno ampliato, compreso Obama che ha chiesto al Congresso 195 milioni di dollari per costruire un nuovo edificio carcerario e per rinnovare le strutture già esistenti. L’unica cosa che Obama ha chiuso è l’ufficio per la chiusura di Guantanamo che era stato affidato a David Fried e poi non è stato rimpiazzato.

Sono cattivi, questi presidenti americani? Incapaci? Torturatori? Sia quelli repubblicani sia quelli democratici? No, ovviamente. Non chiudono il carcere extraterritoriale di Guantanamo perché chiuderlo non servirebbe a nulla, se non alle pubbliche relazioni (che comunque non sono roba da poco).
Chiudere Guantanamo non migliorerebbe di una virgola le condizioni di vita dei carcerati. Non risolverebbe i problemi legali del loro status giuridico. I detenuti andrebbero in carceri peggiori di Guantanamo, dove invece le condizioni di vita reclusa sono, se si può dire, tra le migliori delle prigioni di massima sicurezza. Portare quei detenuti negli Stati Uniti violerebbe la Costituzione e le leggi americane, perché in territorio statunitense non si può tenere nessuno, nemmeno un terrorista reo confesso, in carcere a tempo indeterminato e senza processo.
Il problema è lo status giuridico di questi detenuti particolari, non il luogo fisico di detenzione.

Uno può dire: l’errore è stato aprirlo, questo super carcere speciale sull’isola di Cuba. Forse. Ma qual era l’alternativa? Dopo l’11 settembre, dove avrebbero dovuto mettere i prigionieri, i nemici combattenti non appartenenti a nessun esercito e di varie nazionalità, catturati nei campi di battaglia della guerra al terrorismo? Non nelle carceri americane, ovviamente. Perché sarebbero usciti un quarto d’ora dopo. In guerra e senza mandato di arresto di un magistrato, i militari americani non leggono i Miranda rights (per non dire altro). Allo stesso modo non potevano essere restituiti ai vertici degli eserciti avversari, come si fa a guerra finita. A chi avrebbero dovuto restituire i sauditi, gli yemeniti, i giordani e i pakistani di Al Qaeda? Agli eredi Bin Laden?

Nell’emergenza, l’Amministrazione Bush ha creato un campo di detenzione extraterritoriale, che per i primi mesi era una specie di gabbia all’aperto e a mano a mano è diventato un super carcere che magari fossero così i nostri istituti di pena. L’altra cosa che non si ricorda mai è che a Guantanamo sono andati soltanto ed esclusivamente i sospettati di terrorismo catturati nelle settimane successive all’11 settembre e nei campi di  battaglia in Afghanistan. Poi basta.

A Guantanamo, poi, non ci sono state torture, a differenza di quanto è successo nei giorni successivi l’invasione dell’Afghanistan nel carcere di Bagram e probabilmente nelle prigioni segrete della Cia (ancora operative). Lo ha confermato anche Obama, con uno dei suoi primi provvedimenti del 2009. Lì, nella base di Bagram, a caldo, i prigionieri hanno subito un trattamento disumano, senza rispetto, garanzie, diritto. C’è anche chi è morto, per i maltrattamenti carcerari post battaglia.

Lo scandalo è stato Bagram, nel pieno del teatro di guerra e all’indomani dell’11 settembre, non Guantanamo. Sono stati praticati a Bagram e nei black sites della Cia i waterboarding, la più confinante con la tortura tra le tecniche di interrogatorio intensivo autorizzate dai legali del Dipartimento della Giustizia. Che siano stati soltanto tre i prigionieri sottoposti a waterboarding, e mai nessuno dopo il 2003, non giustifica né diminuisce le responsabilità politiche, semmai attenuate dalla paura di subire un altro attacco e motivate dalla necessità che non accadesse un’altra volta, ma dovrebbe perlomeno mettere le cose in un contesto di minore esagitazione. Ah, Obama ha ampliato anche il carcere di Bagram. Ma chissenefrega di Bagram se c’è Guantanamo da ripetere come un mantra. C’è Guantanamo! Guantanamo!

Su Repubblica del 15 dicembre 2009, ma si possono citare decine di altri articoli precedenti, sotto il fuorviante titolo «La prigione dello scandalo», Alberto Flores d’Arcais racconta che cosa ha visto. Ecco qualche stralcio su che cosa sia davvero Guantanamo, su Repubblica e a firma Flores d’Arcais:

Le gabbie all´aria aperta sono mezze arrugginite, arbusti e piante tropicali si intrecciano tra i fili di metallo e quelli spinati, l´erba alta nasconde i "banana rats", roditori grandi come gatti, che l´hanno elette a loro tana. "Camp X-Ray" è stato chiuso nell´aprile 2002, ma le foto di quelle gabbie, dei detenuti con le tute arancioni, le mani ammanettate e i piedi incatenati sotto il cocente sole dei Caraibi, hanno segnato per sempre la storia del più famoso carcere nella guerra al terrorismo. «Ogni volta che si parla di Guantanamo quelle foto vengono ripubblicate anche se sono passati quasi otto anni – stigmatizza il sergente della Us Navy – come vengono trattati i detenuti lo potete vedere da soli».

A Camp 4 vengono detenuti i prigionieri più tranquilli, quelli che rispettano tutte le regole e che hanno i massimi benefici: venti ore d´aria al giorno, campi di pallavolo e calcetto, una stanza dove possono guardare la tv satellitare, la biblioteca, celle individuali, una vita in comune. Li vediamo, tutti vestiti tutti di bianco, mentre negli spazi all´aperto giocano a calcio balilla, leggono, stendono ad asciugare i panni, usano gli attrezzi per il fitness.


Nella stanza della tv lo schermo é acceso, possono entrarci in venticinque alla volta, i canali sono tutti arabi, da Al Jazeera alla tv delle Yemen: «Le più seguite sono le partite di calcio, a volte le registriamo anche da altri canali, i film di Jackie Chan. Le news? Sì le ascoltano, ovviamente quando si parla di Guantanamo, della guerra in Afghanistan o in Iraq c´é la massima attenzione».

Poco distante le sale della biblioteca hanno gli scaffali pieni di libri, tra i romanzi i più gettonati in questo momento sono quelli di Agata Christie, ma vengono letti molto anche i libri religiosi sull´Islam. Un´ala a parte é occupata dall´ospedale. Le cure più richieste sono per traumi, strappi e incidenti vari durante le partite di calcio ma l´equipe di medici militari («siamo prima di tutto medici», tengono a precisare) é pronta ad ogni evenienza e ad interventi anche complicati.

Infine la cucina dove una signora di origine cinese da sette anni é responsabile dell´alimentazione: sei diete differenti, a base di carne, di pesce, vegetariana, che i detenuti possono scegliere con un anticipo di due settimane e di cui lei va molto orgogliosa.


Le voci che filtrano da Camp Delta attraverso guardie e avvocati raccontano di detenuti preoccupati. Non é detto che per tutti il futuro sia migliore di Guantanamo.

Tornando a noi. Il problema di Guantanamo è sempre stato soltanto giuridico. Non è poco, ma non è l’altro mostruoso di cui si è straparlato in tutti questi anni. Magari si fosse affrontato il tema. Invece niente.
All’inizio questi detenuti (sono arrivati a essere più di 500) non avevano alcun diritto al giusto processo. Bush ha fatto approvare dal Congresso due diverse leggi per istituire dei tribunali speciali militari, poi cambiate da un doppio intervento maggiormente garantista della Corte Suprema.
Si è perso tempo, ma alla fine per alcuni di loro i processi sono cominciati, e poi sono continuati con Obama con le stesse regole di allora.
Alcuni prigionieri sono stati liberati perché innocenti (e in parte, una volta a casa, hanno avviato o riavviato attività terroristiche non si sa se in reazione all’ingiusta detenzione o in virtù di un errore giudiziario delle corti militari, questavolta pro reo).
Altri detenuti sono stati restituiti ai paesi d’origine, dove stanno peggio e tra le proteste delle organizzazioni dei diritti umani, degli stessi detenuti che hanno fatto appelli per restare a Gitmo e degli editoriali del New York Times che con acrobatica giravolta retorica hanno criticato Obama perché ha rilasciato un detenuto al suo paese d’origine «dove lo tortureranno».
Altri prigionieri sono stati trasferiti in carceri di paesi alleati. Tutto ciò è avvenuto sotto Bush ed è continuato con il successore. Obama ha provato a processarne alcuni nelle corti ordinarie americane, a New York, ma la rivolta dei boss del suo stesso partito (i senatori di New Yorksono entrambi democratici) e dell’amico sindaco Mike Bloomberg, oltre che dell’opinione pubblica di una delle città più liberal d’America per il caos e i costi e i rischi di un processo downtown, hanno convinto il presidente a cambiare idea.

Khalid Sheik Mohammed, l’architetto dell’11 settembre, era il terrorista che Obama voleva processare a New York, ma è finita che non solo non è stato processato col rito ordinario, ma nemmeno con quello militare. Marcisce in carcere, senza processo, a vita. A Guantanamo o, nel caso qualcuno  lo chiudesse, altrove. Che cambia, dunque? Niente.

Infine è rimasto un gruppo ristretto di detenuti, tra cui appunto Khaled Sheik Mohammed, che per Obama è impossibile processare, anche dalle corti speciali militari, perché le prove non possono essere rese pubbliche. Non so se sia eticamente giusto o sbagliato. Nel caso specifico ci sono forti ragioni favorevoli e contrarie, ma è sempre stato questo l’unico, vero problema di Guantanamo.
Lo ripeto: anche se venisse chiuso, non risolverebbe il problema. I detenuti resterebbero comunque in carcere, a vita e senza processo. Lì si trovano in un limbo extraterritoriale, limitato ed eccezionale. Se trasferiti in America aprirebbero una ferita gravissima allo stato di diritto, sia nel caso facessero un’eccezione e ancor di più se la codificassero.

Obama ha scelto un altro approccio, come è noto, risolvendo alla fonte il problema della detenzione a Guantanamo: da quando è entrato alla Casa Bianca non cattura i terroristi, li uccide in Pakistan e in Afghanistan e in Yemen e in Somalia con i droni comandati in remoto con un joystick manovrato da una base militare in Nevada.

Quando invece li cattura, come è successo nel caso del somalo Ahmed Abduladir Warsame, proprio per evitare di portarlo a Guantanamo, dove comunque vige la legge, operano le corti militari e i detenuti hanno diritti, lo ha tenuto nascosto per mesi a bordo di una nave militare al fine di interrogarlo. Ecco, credo di preferire Gitmo, alle sparizioni. E per il potenziale detenuto è certamente più umano essere rinchiusi a Gitmo, dove puoi anche parlare via Skype con i parenti, rispetto a un missile sganciato da un drone a diecimila metri di altezza.
Come ha scritto sul Financial Times l’analista Gideon Rachman, uno dei grandi fustigatori delle politiche di Bush:

«Che cos’è peggio? Incarcerare qualcuno per anni, senza processo, mentre cerchi di trovare la prova che si tratti di un terrorista. Oppure uccidere qualcuno di cui non sai nemmeno il nome ma i cui comportamenti lasciano intendere che è un terrorista. La prima strategia, carcere senza processo a Guantanamo, era la politica distintiva dell’amministrazione di George W. Bush. Usare i bombardamenti con i droni per uccidere i sospettati di terrorismo è diventato il marchio di fabbrica dell’amministrazione Obama. Eppure, al contrario della condanna mondiale nei confronti di Guantanamo, dell’uso dei droni si parla poco».

Però si parla ancora di Guantanamo, malgrado la chiusura non risolva nulla. Sugli assassinii mirati, anche di cittadini americani, si preferisce glissare. Ma c’è di più.Per restare su Repubblica, il giornale che non ha mai smesso, nemmeno nel 2013, di definire Guantanamo un «crimine di guerra», la kill list di Obama diventa addirittura «un’innovazione» che «risponde a un principio di responsabilità etica». Come no? Uccidere dall’alto, invece che imprigionare, è «un’innovazione» che «risponde a un principio di responsabilità etica». Ci sarebbe da ridere, se non fosse il caso. Non è il caso.

ricerca

archivi

testata
periodo
feed rss
 

Christian Rocca – © 2002-2011

Credits: Graphic Design & Web Development to Area Web