Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Che fare con Putin

Non possiamo fare niente, è la risposta breve. La colpa è nostra, dell’Occidente, dell’Europa e dell’America di Obama.

La risposta lunga è più articolata. Tutto nasce da un errore geopolitico americano, quasi integralmente attribuibile a Obama, ma anche dal pessimismo dietrologico della leadership russa.

Nel 2008, pochi mesi prima delle elezioni americane, successe la stessa cosa, e sempre a cavallo delle Olimpiadi (a Pechino, in quel caso): Putin invase la Georgia che si voleva occidentalizzare. Bush era in uscita e ai minimi termini, Obama rappresentava il nuovo e il suo sfidante John McCain fu sbertucciato da stampa e tv per aver promesso supporto ai leader democratici georgiani. Vinse Obama, la Georgia perse l’Ossetia e Putin capì che avrebbe potuto fare quello che voleva.

Obama e Hillary Clinton, una volta in carica, provarono subito a ricostruire i rapporti con Putin, sostanzialmente in due modi: ritirarono il sistema missilistico di difesa Interceptor che l’America avrebbe dovuto installare in Polonia e Repubblica Ceca e rinunciarono a fare la voce grossa sull’Ossetia scippata alla Georgia. La politica del reset, con tanto di bottone rosso da pigiare per ricostruire i rapporti tra Washington e Mosca, era cominciata.

I risultati non sono stati un granché. Obama ha spostato l’asse della politica estera americana verso l’Asia e il Pacifico (il famoso "pivot"), abbandonando l’Europa a se stessa (Obama non si presentò nemmeno al primo vertice USA-UE, per dire). Quando nel 2012 lo sfidante repubblicano Mitt Romney disse che la Russia di Putin era la principale minaccia geopolitica per l’America è stato ancora una volta ridicolizzato, anche in prima persona da Obama, come uno legato ai vecchi schemi della guerra fredda. Ma aveva ragione Romney.

Su tutti i dossier decisivi, dall’Afghanistan alla Siria, dal nucleare iraniano a quello nordcoreano, è Putin l’interlocutore.

Obama pensava di avere a che fare con un partner cui aveva già dimostrato amicizia, con il ritiro dei missili e sulla Georgia, ma Putin ha interpretato il "reset" americano come un retreat, un ritiro, una debolezza palese dello storico avversario che aveva vinto la Guerra Fredda e favorito la disgregazione dell’Unione Sovietica ("La più grande catastrofe geopolitica del secolo scorso", secondo l’ex alto dirigente del KGB Vladimir Putin). Con la crisi siriana, poi, caratterizzata dall’incertezza addirittura paradossale di Obama, Putin ha avuto l’ulteriore e definitiva conferma che Washington oltre la voce grossa non se la sente di andare. E ha preso lui la guida del mondo, naturalmente a modo suo. Assad è ancora in Siria e uccide ancora gli oppositori, ma Putin fu lodato dalla stampa democratica occidentale quasi come un nobel per la pace.

Veniamo all’Ucraina. In assenza del preside americano, la geopolitica europea è diventata ha specie di liberi tutti. Si sono dati molto da fare polacchi, lituani e svedesi per fomentare la rivolta anti russa degli ucraini, quasi a voler soddisfare antichi revanscismi. L’obiettivo dei paesi nordici è spostare la cortina di ferro a est, per allontanare l’influenza di Mosca, approfittando anche del momento congiunturale non buono per la Russia (se non fosse per il gas e il petrolio sarebbe nei guai). Solo che per la Russia è una questione vitale: l’Ucraina e la Georgia e la Moldova sono nazioni cuscinetto che non può perdere. Altrimenti avrebbe l’Europa, la Nato, l’Occidente a pochi chilometri da Mosca. È una questione geografica, prima ancora che politica (consiglio di leggere The revenge of geography di Robert Kaplan). Va aggiunto, inoltre, che provocare l’Orso ferito, e peraltro anche sotto il tiro dei cinesi, non avendo una vera strategia non è una gran mossa.

Gli europei del nord hanno combattuto a nome dell’occidente una specie di crociata in Ucraina, chiedendo sanzioni e quant’altro, mentre il nuovo governo ucraino ha fatto di tutto per provocare i russi: il primo atto per esempio è stato quello di vietare il russo nelle zone orientali del paese a maggioranza russa; poi hanno messo al ministero della Sicurezza nazionale Dmytro Yarosh, leader delle milizie neonaziste Pravy Sector già alleate con l’Al Qaeda cecena. Non mosse geniali né rassicuranti.

Ora che Putin si è preso la Crimea è arrivata la reazione americana. A cose fatte. A Crimea persa, per sempre. Gli Usa minacciano di boicottare il G8 in Russia, anzi di espellere la Russia dal gruppo. Gran Bretagna, Canada e Francia concordano. Germania e Italia non si sono ancora pronunciati, anche perché sono i due paesi che in questi anni hanno provato a trattare la Russia come un partner economico (non solo per gli approvvigionamenti, ma anche per l’export), non come un nemico (come i paesi del Nord) e nemmeno come un estraneo (come Obama). Ora sono in difficoltà, perché dopo la Crimea Putin non è più difendibile. Resta da capire quale sia la strategia americana: che cosa vuole ottenere? Secondo me, Obama non lo sa, non sa che cosa vuole, e se lo sa non è in grado di attuare la sua strategia. La Crimea è già andata, a questo punto forse l’unica cosa ottenibile è che Putin si fermi qui e non avanzi verso Odessa.

Come si fa? Facendo la voce grossa, e senza alcuna strategia e volontà realmente punitiva e complicata (tipo sanzioni eccetera), difficile che si ottenga qualcosa, anzi è probabile che Putin sfrutti ulteriormente questa debolezza occidentale per mettere il mondo sul fatto compiuto.

Ecco perché la prudenza tedesca e italiana sembrano avere un senso, almeno dal punto di vista diplomatico. Confrontandoci da partner con i russi, forse si può ottenere che Putin si fermi in Crimea e che gli ucraini si dotino di un governo inclusivo. Insomma che la situazione non peggiori e che la crisi non si allarghi anche a Georgia e Moldova. Ma nel mondo ingovernabile dell’era di Twitter (si guardi cover story di IL di ottobre) è impossibile non reagire subito con chiarezza morale alla violazione della sovranità ucraina da parte di Mosca. Non è ammissibile. Ecco perché penso che il governo Renzi si accoderà al resto delle nazioni occidentali nel condannare Putin. Il problema è che nella Washington proto-isolazionista di Obama, cioè nell’unico posto che conta, non è stata elaborata alcuna strategia credibile.

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