Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Due o tre cose, in ritardo, sulla falsa battaglia per la parità di genere

Anche se spesso vengono confuse, la parità di genere non è la stessa cosa delle quote riservate alle donne o ad altre minoranze. Le quote sono una specie di concessione del sovrano, una riserva del WWF, un trattare le donne come dei Panda da preservare dall’estinzione. La parità di genere invece è un’altra cosa: se fosse passata alla Camera, avrebbe imposto per legge la formazione di liste composte paritariamente da uomini e da donne.

Almeno così hanno detto i suoi sostenitori. In realtà non è vero. La parità di genere in un sistema elettorale che prevede le liste bloccate, e quindi la nomina preventiva dei parlamentari di ciascun partito, non è garantire pari opportunità elettorali a uomini e donne e facilitare l’accesso alla politica alle donne, ma è assegnare paritariamente i seggi a uomini e donne.

Bizzarro, poi, come molti dei promotori della parità di genere nelle liste elettorali siano gli stessi notoriamente favorevoli alle primarie: primarie che nel caso di predeterminazione uomo-donna delle liste elettorali verrebbero cancellate (o si impedisce per legge a un iscritto a un partito, donna o uomo che sia, di candidarsi alle primarie perché non si trova uno di un altro sesso a pareggiare la sua discesa in campo? o si sarebbero dovuto trovare tre donne, pena l’illegittimità del voto, se non si fossero trovate tre donne pronte a sfidare Renzi, Cuperlo e Civati? Vogliamo continuare con i paradossi?).


Insomma raccontiamola per quello che è: questa che si è combattuta ieri in Parlamento è una battaglia per la parità dei posti in Parlamento, non per la parità di genere. Per questo la critica secondo cui «i parlamentari maschi hanno votato contro l’emendamento per l’evidente paura di perdere il posto» è ridicola se non accompagnata dall’equivalente «le parlamentari donna invece hanno votato a favore dell’emendamento esattamente per la stessa paura di perdere il posto».

A me sembra un’assurdità, ai confini dell’incostituzionalità, stabilire per legge la parità di posti in Parlamento tra uomini e donne. Non è un caso, infatti, che non esista da nessuna parte al mondo. Altra cosa, ovviamente, è l’apprezzabile scelta politica di candidare o nominare donne e uomini in un numero uguale nelle liste o nei governi. Bravo chi lo fa, ma non è necessariamente un violatore di diritti umani chi al contrario decide di candidare nelle proprie liste solo uomini o solo donne o semplicemente quelli che ritiene essere i migliori fregandosene del genere e puntando su altre caratteristiche diverse da quelle del sesso dei candidati.

Chiedere per legge il posto assicurato in Parlamento è l’opposto di una battaglia per la parità di genere. È esattamente il contrario di una battaglia femminista, è ancora una volta appellarsi al sovrano affinché conceda la grazia (e il sovrano, in effetti, da quando ci sono le liste bloccate – quelle poco democratiche e una punta incostituzionali – concede un gran numero di posti alle donne, come mai nella storia repubblicana). 
Uno ovviamente può anche pensare che sia giusto così, che l’Italia sia talmente retrograda e maschilista che una forzatura della democrazia sia doverosa per sanare la disparità tra i generi o risarcire i danni del passato. Ma nessuno può sinceramente credere che l’Italia sia come l’Afghanistan o l’Arabia Saudita o l’Iran o come l’Alabama afroamericana degli anni Sessanta, dove una forzatura sarebbe ed è stata certamente necessaria. Inoltre, a seguire la logica dei promotori della parità di genere, si tratta comunque di una battaglia superata, obsoleta, discriminatoria: parità di genere? E i transgender, li discriminiamo? Se si ricandidasse Vladimir Luxuria, per esempio, come la conteremmo? Come affrontiamo il diritto all’identità di genere riconosciuto a gay e lesbiche?

La parità di genere da raggiungere attraverso la cooptazione stabilita per legge non è una battaglia per i diritti civili. Se invece che per l’Italicum si fosse votato per approvare il Mattarellum, o un altro sistema elettorale che prevede i collegi uninominali come in America, in Inghilterra o Francia o anche soltanto le preferenze, non ci sarebbe stato nessun emendamento per la parità di genere. E non perché queste delle grandi democrazie siano leggi elettorali che violano principi di uguaglianza, e quindi vietate dalla Carta dei diritti dell’uomo, ma perché sono sistemi che non cooptano i deputati e lasciano agli elettori la facoltà di scegliere, tra le altre cose, se farsi rappresentare in Parlamento da un uomo o da una donna.


(Senza considerare che non sono pochi quelli che si sono nascosti dietro la parità di genere per ingarbugliare legittimamente il programma della maggioranza di governo).

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