Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Una settimana di ordinaria follia su Twitter

Premessa
Scrivo questo post, volutamente dopo una settimana e ad acque più calme, non per riaprire la discussione ma perché si sappia come sono andate davvero le cose e perché sono rimasto sinceramente colpito da tanta mistificazione e miseria. So che non servirà a nulla con i litigiosi professionali, e con i troll, ma so anche che molti degli interlocutori che hanno reagito a caldo sono persone per bene, equilibrate e senza pregiudizi. A qualcuno è sfuggita di mano, come mi ha scritto un amico, «una reazione accatastata su una serie di equivoci», ma proprio per questo merita di conoscere meglio le cose, di sicuro meglio dei tanti incredibili "riassunti" letti in giro. Grazie, invece, ai tanti che hanno capito ancora prima di me questa storia di ordinaria follia su Twitter.

Una settimana fa ho retwittato il link di un articolo di Fareed Zakaria, commentatore americano intelligente, preparato e che stimo, ma con cui non sono quasi mai d’accordo (una volta abbiamo pure discusso in tv). Nel presentare l’articolo linkato, ho scritto che in Medio Oriente non ci sono moderati, attribuendo la frase a Zakaria e alla sua rinnovata critica alla dottrina Bush e Blair e ora a Hillary Clinton.

L’articolo era del Washington Post e il Washington Post lo ha titolato «The Fantasy of Middle Eastern Moderates». L’illusione, “la fantasia”, dei moderati del Medio Oriente. Il senso del testo è inequivocabile: a causa di questo grande abbaglio sui moderati (la speranza che ci fossero), l’America ha sbagliato tutta la sua politica mediorientale post 11 settembre. Lo stesso Zakaria, nel suo show sulla CNN, ha ripreso l’articolo mettendo  nel sottopancia questo titolo: «Where have all the moderates gone?». Dove sono finiti i moderati? 
Sul suo blog, ospitato dal sito di CNN, Zakaria ha titolato: «What Middle East moderates?». Quali moderati del Medio Oriente?
Venerdì 28, una settimana dopo il mio retweet, Zakaria è tornato sul tema, sempre sul Washington Post. Nel nuovo articolo ha scritto che l’affermazione dello Stato Islamico si deve anche a «the larger collapse of moderate, secular and even Islamist institutions and groups — such as the Muslim Brotherhood — throughout the Middle East». Collapse!
Avete capito bene. Una settimana dopo, incurante dei lavoratori culturali di Twitter, Zakaria ha riscritto sempre sul Washington Post che il successo dello Stato Islamico è stato causato anche dal crollo (dal crollo!) di gruppi e istituzioni moderate, laiche e anche islamiste in tutto il Medio Oriente.

Ci si potrebbe fermare qui, al "collapse" della teoria cospiratoria. Ma purtroppo bisogna tornare all’articolo originale, quello che ha scatenato tutto. La tesi era lampante: i moderati, in quanto gruppo politico su cui puntare per costruire una politica americana in Medio Oriente, secondo Zakaria non esistono («why viable moderates leaders don’t exist», è la sintesi radicale che ne ha fatto l’Atlantic sempre a proposito del primo articolo di Zakaria). «Quei pochissimi» moderati che esistono, ha scritto Zakaria, non sono in grado di farsi sentire, o di contare, schiacciati come sono dalla radicalizzazione dei fondamentalisti e dei despoti alla Assad.

L’articolo originale di Zakaria si concludeva, a proposito dei moderati in Siria, così: «It is a naive fantasy with dangerous consequences». È un’illusione ingenua con conseguenze pericolose.
A metà dell’articolo, sempre Zakaria, a proposito della politica americana pro moderati, scriveva: «But, it turned out, the moderates weren’t that moderate». Insomma, ci siamo accorti che i moderati non erano così moderati.
Mi è stato fatto notare che qui Zakaria si riferiva all’Iraq, non all’intero Medio Oriente. Già. Vero. Ma, a parte che due righe dopo aggiungeva anche «this has been a familiar pattern throughout the region» (questo è stato uno schema comune lungo tutta la regione), il mio tweet era esattamente riferito… all’Iraq.

Rieccolo, il tweet incriminato:
«"Non ci sono moderati in MO" (Fareed Zakaria riprendendo le critiche al regime change di Bush, Blair e ora Hillary)».  

Nel tweet ho scritto di critiche al Regime change. A Bush. A Blair. Cioè alla politica Usa sull’Iraq.
Iraq, dunque. Esattamente come ha scritto Zakaria.
Ho citato il suo articolo proprio perché era una critica alla dottrina del regime change in Iraq di Bush e Blair (e anche dei Clinton) che, come è noto, si basava esattamente sull’idea che in Medio Oriente i moderati ci fossero, non che non ci fossero. Quella dottrina, giusta o sbagliata che fosse, si basava sull’idea che i moderati fossero pronti a prendere il potere una volta rimossi i regimi dispotici alla Saddam.

Questo è un passaggio importante. Perché qui, su questo tweet, mi è stata rivolta l’accusa di essere «in malafede». Qualcuno ha scritto che dire a qualcun altro che è «in malafede» non è un insulto. Nel paese di Beppe Grillo è possibile che non lo sia. Ma rivendico di non voler vivere nello stesso paese di Beppe Grillo e so, per esempio, che dire «in malafede» a un giornalista non solo è un insulto, ma è anche il peggior insulto possibile. Il peggiore.

Ma perché questo sulla malafede e sull’Iraq è un passaggio importante? 
Perché, come sa chiunque abbia letto per caso o per sbaglio anche solo una riga tra le centinaia di articoli e pure qualche libro che ho scritto, dal 2001 a poco fa ho raccontato quotidianamente da cronista e commentato favorevolmente da editorialista la dottrina Bush-Blair di cambiare i regimi dispotici, abbattere i dittatori e dare spazio ai, tenetevi forte, moderati del Medio Oriente.

Ho sempre dato credito, e continuo a darlo, agli analisti che raccontano che i moderati, i dissidenti e i liberali in Medio oriente ci sono.
Altra cosa, ovviamente, è l’idea che esista un Islam politico moderato, che secondo me non c’è, ma non era questo il punto dell’articolo di Zakaria né del mio tweet.
 
Zakaria, nonostante un iniziale sostegno all’intervento in Iraq, era invece contrario alla dottrina del cambio di regime. Il mio tweet segnalava, e lo specificava espressamente, un articolo che ridicolizzava, vista la realtà sul campo, la linea Bush-Blair (anche se l’obiettivo polemico era Hillary) e, siccome stiamo parlando di me, voleva segnalare anche un articolo che confutava la mia "linea". Come si dice? RT are not endorsements, però aiutano a conoscere, a riflettere, a studiare, magari anche a cambiare idea. Tranne che in questo caso, evidentemente.

Al punto che si è arrivati al paradosso di accusarmi di aver tradotto e sintetizzato male (e non è vero), e addirittura «in malafede», un concetto (“non ci sono moderati”) per andare contro quello che penso e scrivo dal 2001. Surreale, come malafede: l’avrei utilizzata per smentire me stesso.

Si può sempre riscrivere meglio ciò che si è appena pubblicato, vale per i giornali e i libri, figuriamoci per i 140 caratteri di Twitter, ma il senso dell’articolo di Zakaria era precisamente quello da me sintetizzato nel tweet incriminato, come dimostrano i titoli di Washington Post, Cnn, Atlantic e anche la ripetizione del concetto da parte dello stesso Zakaria una settimana dopo, e va esattamente contro ciò che penso e scrivo da anni, quindi non si capisce per quale motivo avrei dovuto forzarlo o manipolarlo a mio sfavore. Sono i misteri della retorica al tempo di Twitter.

Tutto questo, al contrario, dimostra la malafede e il pregiudizio di chi in questi giorni, oltre agli insulti più subumani, mi ha pure accusato di voler difendere via Twitter la cristianità (io, che non sono nemmeno cresimato) dall’attacco di due miliardi di musulmani-tutti-terroristi e senza nemmeno rendersi conto che Zakaria e il mio tweet non parlavano di Islam, ma di moderati in generale.

Va bene non aver compreso il testo di Zakaria che era in inglese, anche se scommetto che lo abbiano letto in pochi, e va bene anche non conoscere storia e geopolitica recenti, ma non capire ciò che scrivo da anni in italiano corrente, e anzi presumere il contrario, va ben oltre ogni possibilità di dialogo.
Ovviamente non pretendo che sia obbligatorio leggere e conoscere la mia opera omnia (ironia), ma in teoria quando si accusa qualcuno di qualcosa si dovrebbe perlomeno sapere che lo si sta accusando di una cosa esattamente opposta a quella che pensa, scrive e dice pubblicamente da tredici anni. E invece no. Su Twitter non usa.

Se leggete i "resoconti", è passato che non saprei l’inglese, che avrei manipolato Zakaria (fornendo io stesso la prova della mia colpevolezza con il link e in concorso esterno con Washington Post, Cnn, Atlantic e lo stesso Zakaria tornato sul luogo del delitto una settimana dopo) e che avrei infangato la memoria del povero Enzo Baldoni.
Naturalmente non ho scritto una parola su Baldoni, che non ho mai conosciuto anche se era amico di un caro amico. La sua morte è stata una tragedia collettiva, e da giornalista mi vergognai per le pagine belluine che gli dedicarono alcuni giornali. Fu una tragedia, anche se mai quanto immagino continui a essere ogni giorno per i suoi familiari.

Per questo mi spiace molto che a darmi di «in malafede», e dopo anche molto altro, sia stato Guido Baldoni. Non sapevo chi fosse quando, al suo primo «in malafede», ho replicato con il solito «smamma, troll» (cit.) che riservo a chiunque entri insultando nella mia timeline. Non ho fatto caso al cognome. Di solito non perdo tempo con chi insulta. Blocco e basta. Quando ha scritto di suo padre, ho provato a spiegare che il tweet era corretto, ma sono arrivate altre contumelie.

Ho cercato di concludere l’ultimo tweet con un conciliatorio «ciao», ma è arrivato un ulteriore insulto. Leggete lo storify preparato dallo stesso Baldoni, e vedrete che è successo esattamente questo (va detto però che lo storify in questione non è correttissimo: il penultimo mio tweet citato non è direttamente legato allo scambio con Guido Baldoni, ma appartiene a un nuovo thread e viene cronologicamente dopo che ho risposto a molti altri interventi e insulti, ed è principalmente rivolto a costoro. Sarebbe stato meglio specificarlo, ma va bene lo stesso).

All’ennesimo insulto, dunque, ho chiuso la discussione, con uno «smamma» (ma senza «troll») perché nessuno mi può togliere il diritto di non voler leggere a casa mia l’opinione di chi inizia a discutere dicendo che sono in malafede e continua con ulteriori contumelie. Questa è l’unica cosa che non rifarei: avrei fatto meglio a bloccarlo e basta, ma non credo avrebbe fermato la successiva valanga scatenata dai teppisti di Twitter.

Precisazione per quelli che io tronco le discussioni con «smamma troll»: non ho mai bloccato nessuno perché critica o contesta quello che scrivo. Anzi, rispondo a tutti. Fin troppo. Lo ripeto per l’ennesima volta: blocco solo quelli che insultano. Vogliono insultare? Lo facciano pure, e se ne assumano le responsabilità, ma non sulla mia timeline. Chiusa la precisazione.

Subito dopo il secondo «smamma», ho provato a far ragionare i primi che sono intervenuti, ma la valanga è stata talmente poderosa che ho pensato non ne valesse la pena e quindi ho deciso di sganciare il mio account Twitter e di non guardarlo per qualche giorno (se leggete questo post su Twitter è perché, invece, non ho sganciato i post del mio blog dalla pubblicazione automatica). 

Per me è chiusa qui: chi ha avuto la bontà di leggere senza pregiudizi questo post, il mio tweet e l’articolo di Zakaria sa che non ho mal tradotto, anche perché non avrebbe avuto alcun senso logico, e certamente non quello che mi è stato attribuito per «malafede».

Ora sulla mia timeline le regole cambieranno un poco: risponderò molto più raramente ai tweet, e mi dispiace per i lettori con cui si sono fatte belle discussioni in questi anni. Gli insultatori e i troll saranno sempre bloccati, ma senza la dignità di essere “smammati” pubblicamente.

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