Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Il primo (gran bel) dibattito presidenziale

In realtà i dibattiti sono stati due. Uno pomeridiano, definito "happy hour", con i 7 candidati repubblicani alla successione di Barack Obama peggio piazzati nei principali cinque sondaggi nazionali. Il secondo, quello dei grandi, si è svolto tra i primi dieci candidati. Il dibattito delle riserve è stato abbastanza noioso: i 7 sembravano fossero un solo uomo, o donna, nel tentativo di convincere il paese, o anche solo gli organizzatori di Fox News e Facebook, di meritarsi il posto nella squadra A. All’unanimità dei commentatori, il dibattito dei piccoli è stato vinto (qualunque cosa voglia dire il verbo "vincere" a proposito di un dibattito) da Carly Fiorina. Si è notato anche Rick Perry con un piglio che non aveva mostrato quattro anni fa, quando in diretta tv si era dimenticato sul più bello i dettagli di una sua stessa proposta.

Che bravi, a Fox News
FoxNews è un canale di informazione super conservatore, ma la bravura dei suoi conduttori giornalistici (da Chris Wallace a Megyn Kelly a Bret Baier) è senza pari, e sconosciuta alle nostri latitudini. Il dibattito è stato condotto perfettamente, con domande intelligenti (tranne una domanda bizzarra proveniente da un utente Facebook: «Ultimamente avete sentito la voce di Dio? e che vi ha detto?». Megyn Kelly ha sintetizzato con un fantastico «Any word from God, senator Cruz?»). I tre di FoxNews nonhanno mostrato alcuna indulgenza nei confronti dei candidati repubblicani, anzi. Veramente bravi.


Il Trump Show
Ovviamente Donald Trump era la star, il candidato che tutti volevano ascoltare. Non solo perché guida tutti i sondaggi nazionali, ma anche perché avrebbe potuto spararla grossa. Non ha detto niente di clamoroso, nel senso che ha provato a mostrarsi "presidenziale", ma ha fallito miseramente. È rimasto quello che è: una specie di Beppe Grillo americano. Quando è da solo, forse, parla alla pancia del paese. Ma accanto a governatori o senatori non regge il confronto della gravitas.
Trump non otterrà la nomination e secondo me non vincerà nemmeno una elezione primaria. Le cose che propone non stanno in piedi, nessuna. Si è innervostito molto alle domande di Megyn Kelly, cui ha risposto da gran maleducato. È stato messo in difficoltà da Wallace sui suoi 4 o 5 fallimenti societari e da Baier sulle mille posizioni liberal del passato (già, Trump è liberal su molte questioni). Quando gli hanno chiesto come mai si candida alle elezioni avendo finanziato decine di candidati democratici, compresa Hillary, Trump prima ha risposto di aver finanziato anche tutti gli altri candidati repubblicani in quel momento sul palco con lui (Rubio ha detto: «No, a me no, anzi hai finanziato il mio oppositore quando mi sono candidato al Senato»), poi ha spiegato senza un’ombra di vergogna che li finanzia perché così poi quelli gli restituiscono un favore. Insomma se li compra e poi fanno qualsiasi cosa lui gli chiede. Anche Hillary, cui Trump ha chiesto (in cambio) di andare al suo matrimonio: «Non poteva dirmi di no». Ma è stata la prima furba domanda dei moderatori del dibattito a inchiodarlo: «Alzi la mano chi non esclude di candidarsi da indipendente nel caso perdesse le primarie». Gli altri 9 candidati hanno tenuto le braccia giù, The Donald ha alzato la mano. Potrebbe finire così, con lui che perde la corsa repubblicana e, in base a quanto rovinosamente la perderà, continua la sceneggiata candidandosi da indipendente. Con il risultato quasi certo, come successe ai tempi di Ross Perot, di far eleggere un Clinton contro un Bush.


Jeb
L’altro sotto osservazione era Jeb Bush. Il vero candidato favorito, anche se per i sondaggi non lo è ancora. Bush è partito lento, impacciato, si mangiava le parole. Meno simpatico di suo fratello. Meno portato di suo padre. Sembrava preoccupato di non fare gaffe. Non ne ha fatte, alla fine, ma i suoi primi interventi sono sembrati vuoti e piatti. L’unica cosa che gli importava trasmettere era: sono molto conservatore, ho attuato una politica conservatrice e ho portato risultati. A poco a poco si è ripreso, specie quando ha difeso un minimo di coordinamento federale sugli standard scolastici, ed è riuscito a dare la sensazione di essere il vero adulto sul palco. Quello serio. Quello non esagitato. Ha fatto ridere il pubblico con la battuta «in Florida mi chiamavano Veto Corleone» perché da governatore metteva il veto a ogni proposta di maggiore spesa pubblica avanzata dai democratici, ma non credo che il suo spin doctor sia stato contento che si sia paragonato, sia pur scherzosamente, al capo dei capi del Padrino.


Rubio
Marco Rubio è l’alternativa a Bush. Quella giovane. Quella che non si chiama Bush. Ha un’aria frizzante. Proietta una visione strategica («New American Century») ed è pacato e credibile, anche per la sua storia personale. È l’Obama conservatore, o almeno quello che gli si avvicina di più. In un cast hollywoodiano per il ruolo di presidente giovane, buono e ispanico lo prenderebbero subito. Non gli hanno fatto domande sulla politica estera, il suo forte. Dice cose di buon senso, ed è chiaro. Non spaventa. Sull’aborto ha fatto un passo indietro, decisamente più conservatore, negando di aver mai detto che sarebbe favorevole all’aborto in caso di stupro e pericolo per la madre. Glielo avranno consigliato sondaggi e focus group, ma potrebbe pagarla dopo, alle elezioni generali se fosse lui lo sfidante del candidato democratico. Un suo iintervento contro gli altri colleghi, in gran parte governatori e senatori, che magnificavano le cose fatte in passato dai loro posti di potere come a sottolineare che lui così giovane, invece, non aveva grande esperienza (di nuovo, come Obama) è stato soltanto apparentemente efficace. Rubio ha detto che «queste elezioni non possono essere una gara a chi ha il curriculum migliore, perché se fosse una gara a chi ha il curruclum migliore allora il nostro prossimo presidente sarebbe Hillary Clinton, visto che è stata al governo molto più di chiunque altro candidato». Il senso era che questa non è una gara sul passato, ma una rivolta al futuro. Un messaggio giusto, forte ed efficace. Solo che, a occhio, se dovesse ottenere la nomination repubblicana nell’autunno del prossimo anno sentiremo spesso la frase «se fosse una gara a chi ha il curruculm migliore allora il nostro prossimo presidente sarebbe Hillary Clinton».


Chris Christie
Chris Christie, dimagrito, si è fatto notare. Ha sempre quel tono e quella posa da Sopranos, che un po’ diverte e un po’ spaventa. Ma è stato chiaro, efficace, soprattutto sulle questioni di sicurezza nazionale e ha duellato non male con Rand Paul, mettendolo Ko. Non vedo come possa ottenere la nomination, ma è un gran peccato per i repubblicani.


Rand Paul
Il candidato libertarian del partito repubblicano è notoriamente un esagitato. È stato l’unico che sul palco ha urlato, più che parlato. Come se fosse a un comizio. Come se fosse Gasparri. Le sue idee sono molto radicali (vuole abolire lo Stato, praticamente), e isolazioniste in politica estera, anche se le ha moderate per apparire più credibile. Qualunque cosa dica però non riesce mai ad avere una postura presidenziale. E poi ogni volta che lo vedo, con quei riccioli morbidi semi turchini, mi viene in mente Corradino Mineo.


Scott Walker
Secondo i sondaggi è l’alternativa a Trump, anche se i sondaggi agostani dell’anno pre-elettorale hanno la stessa rilevanza dei titoli dei giornali sportivi sul calciomercato. Negli ultmi 20 anni, poi, nessuno dei candidati in testa nei sondaggi nell’agosto precedente l’anno elettorale è stato eletto presidente e quasi mai ha ottenuto la nomination. Walker governa il Wisconsin, uno stato progressista, e ha sempre vinto in modo smagliante battaglie difficilissime contro sindacati e opposizione. Vorrei però conoscere gli avversari. A me pare impresentabile. Dice cose senza senso, tipo che bisogna bocciare il patto nucleare con l’Iran in modo da fermare l’Isis. Dopo Ted Cruz è il più radicale di tutti. Non ha l’aspetto presidenziale. Sembra un ambiguo predicatore di campagna, di quelli con la faccia cattiva.


Ted Cruz
Il senatore del Texas è il più conservatore del gruppo. È anche il più trombone dei candidati. Qualsiasi cosa dica, anche quelle poche sensate, sembra finta, impostata, recitata. È uno con un curriculum di studi e professionale invidiabile, ma non si vede.


Mike Huckabee
L’ex governatore dell’Arkansas, nato a Hope, nello stesso paesino di Bill Clinton, è il più naturale. Non solo perché non è la prima volta che si candida a presidente, ma anche perché in passato ha vinto caucus e primarie e in quanto ex predicatore e conduttore televisivo parla benissimo. Dice cose super conservatrici, ma le dice con un tono, un’eleganza e una simpatia tali da renderle digeribili. Bravura da stand-up comedian quando ha iniziato la dichiarazione di voto finale dicendo: «Sembra che queste elezioni ruotino intorno a una persona che va molto forte nei sondaggi, che non ha idea di come si governi… una persona tormentata di scandali e incapace di comandare». E mentre tutti già si immaginavano la reazione furiosa di Donald Trump, Huckabee ha continuato con un «Naturalmente sto parlando di Hillary Clinton».


John Kasich
John Kasich, ex anchor man di Fox News ed ex senatore, è l’attuale governatore dell’Ohio, uno Stato fondamentale per vincere le elezioni presidenziali. Uno Stato che si vince al centro, con zone conservatrici e città popolari e progressiste. Kasich è noto per essere un grande oratore. Ma a me i suoi interventi  sono sembrati molto costruiti, artificiali. Gesticola troppo, poi. Comunque ha qualcosa da dire: è certamente il candidato più progressista dei 10. Ha parlato di diritti dei carcerati a rifarsi una vita, del dovere dello Stato di aiutarli a riprovarci. Ha parlato di poveri, di classe media e ha rivendicato, unico dei 10, l’uso dei fondi pubblici per sostenere chi non ce la fa. Un messaggio che alle elezioni presidenziali può avere successo, meno alle primarie repubblicane.


Ben Carson
Il neurochirurgo afroamericano sembrava lì per caso. Che non sia un politico lo si vede lontano un miglio. Lento, ragionatore, fuori posto ma simpatico. Alla fine, per differenziarsi dagli altri candidati che a ogni intervento ripetevano di aver fatto questo e quello (quasi sempre: tagliato le tasse, pareggiato il bilancio, creato posti di lavoro), ha detto «ok, ma io sono l’unico che ha separato due gemelli siamesi». Molte risate. Alla moderatrice che gli chiedeva come mai non parlasse mai di questioni razziali, ha dato la sua miglior risposta: «Perché sono un neurochirurgo: quando mi portano qualcuno in sala operatoria, opero il loro cervello, la cosa che li rende le persone che sono. Non è la pelle a renderle le persone che sono. Non sono i capelli. Bisogna superare tutto ciò perché come nazione siamo forti solo se siamo uniti. Siamo gli Stati Uniti d’America, non divisi».

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