Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Lo sfuggente sogno americano

Il paradosso è che l’uomo che predicava la speranza, Barack Obama, è finito con l’assestare un colpo possente all’American Dream. ll sogno americano è l’idea, anzi la certezza, che le cose possano migliorare, che lavorando sodo si riesca a crescere e progredire, che sia ineluttabile guardare al futuro con fiducia e ottimismo. «L’audacia della speranza», diceva Obama prima di essere eletto. Ecco, appunto, chi crede più nel Sogno Americano? Secondo l’Atlantic, oggi gli americani sembrano concentrati a mantenere ciò che hanno, più che a immaginare un futuro promettente e prospero.

Una prova evidente di questo cambiamento di paradigma è il diffuso sentimento anti immigrati, un’emergenza che in realtà non esiste se paragonata al flusso migratorio verso l’Europa, ma lo è anche il gran baccano intorno a un personaggio come Donald Trump, emblema dell’Ugly America, l’America sgradevole, su questo numero di IL raccontato in modo formidabile da Paul Berman e ritratto da Andrea Ventura (autore, quest’ultimo, anche degli altri fenomenali dipinti che trovate in copertina e sulla Cover Story). Trump e la difesa del Paese bianco e tradizionale sono la negazione dell’ideologia americana centrata sull’essere l’ultima e massima speranza sulla Terra («the last best hope on Earth») e la terra delle opportunità («land of opportunity»).

In Europa c’è un’inquietudine simile: populismo, risentimento e ideologie del passato come rimedio palliativo ai tempi duri. Ma negli Stati Uniti la crisi di fine 2008 è ormai un ricordo, la disoccupazione è al 5 per cento e l’economia ha ripreso a correre grazie alle politiche sulla crescita di Obama e allo straordinario dinamismo di una società comunque orientata al progresso, al cambiamento e all’innovazione. E allora? Perché gli americani di fine 2015 sono meno entusiasti del presente e guardano con più preoccupazione agli anni a venire, a cominciare dal 2016 che li porterà a eleggere il successore di Obama alla Casa Bianca?

Una spiegazione sta nella versione contemporanea della malaise, del malessere diffuso, che intristì gli anni di Jimmy Carter e che sembra aver ripreso a influenzare Washington e il resto del Paese. Obama è entrato alla Casa Bianca in una situazione politica, economica e sociale simile a quella che trovò il Carter quando fu eletto presidente quarant’anni fa (nel 1976). Gli echi della sconfitta morale, più che militare, in Vietnam, la crisi energetica, le ansie di un confronto nucleare con l’Unione Sovietica sono elementi paralleli a quelli che hanno circondato Obama fin dal primo giorno: dal caos iracheno, e in generale mediorientale, alla crisi finanziaria, fino alla crescita minacciosa di attori globali come la Cina e regionali come la Russia e l’Iran.

Obama è stato un bravo presidente, soprattutto sul fronte interno e sui diritti civili, e ha provato a non fare cose stupide sul fronte esterno («Don’t do stupid shit», «Non fare stronzate», è stata la dottrina geostrategica che ha guidato, almeno nelle intenzioni, la politica estera della Casa Bianca, con risultati non sempre esemplari). Obama è stato inflessibile sui temi della sicurezza nazionale, dal raid contro Osama bin Laden all’uso assiduo e cinico di forze speciali e droni, ma anche meno solido e coerente sulle strategie da seguire negli scenari di crisi. Ne ha sbagliate parecchie, e in modo eclatante, più per il riflesso automatico di voler ribaltare l’approccio del suo predecessore che per per convinta e precisa motivazione ideologica. Anzi, ad aver complicato le cose, forse è stata proprio la mancanza di una strategia puntuale e conseguente, l’assenza di una vera dottrina Obama.

Il presidente prima ha raddoppiato i soldati americani in Afghanistan, poi li ha fatti rientrare a casa, infine è stato costretto a rimandarli. E in Iraq non è andata diversamente: si è ritirato da una Baghdad pacificata dal surge di marines ed è aumentato il caos, e con il caos anche la necessità di lasciare una presenza militare. In Libia è intervenuto bombardando dall’alto, guidando la coalizione internazionale dal «sedile posteriore» («leading from behind»), contribuendo ad accelerare la guerra civile tra tribù, lealisti di Gheddafi e islamisti di ogni tipo. Non è intervenuto in Siria, ma anche lì il risultato è stato guerra civile e spazio vitale per lo Stato islamico che poi dalla Siria si è diffuso nelle zone del caos iracheno e libico.

Il dittatore siriano Assad, secondo l’Amministrazione Obama, prima era uno con cui si poteva ragionare, poi se ne sarebbe dovuto andare sotto il diktat di ultimatum in realtà spuntati, ora pare sia meglio che resti in funzione anti Islamic State, anche se da Washington sono appena partiti 50 (cinquanta!) soldati delle Forze speciali per aiutare i ribelli anti Assad. Obama le ha provate tutte, in modo pasticciato, e ha attuato una strategia diversa per ciascuno dei tre Paesi mediorientali alle prese con lo sfaldamento dello status quo post 11 settembre 2001: ha ritirato le truppe, ha cambiato un regime con la forza, non ha fatto niente. Il risultato è stato identico: caos e Stato islamico.

In Iran ha legittimato il regime degli ayatollah e in Egitto ha sostenuto i pericolosi e fanatici Fratelli musulmani in nome della democrazia, salvo poi aver appoggiato il colpo di Stato del generale Al Sisi in nome della stabilità. Alla Russia ha fatto concessioni militari e strategiche inaudite (il tasto reset rispetto al passato: chiusura delle basi in Europa occidentale e dei programmi missilistici nell’ex Europa dell’Est), salvo poi aver fatto la voce grossa, con sanzioni molto dure, dopo che Putin ha capito che gli americani si sarebbero scansati e ha deciso di invadere l’Ucraina e di annettere la Crimea alla Grande Madre Russia. Obama, infine, ha ancorato la sua eredità politica al già traballante accordo sul nucleare con la teocrazia degli ayatollah iraniani, facendo innervosire Israele e i Paesi arabi del Golfo, e alla riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba, anche per frenare l’espansionismo cinese in America Latina.

Alla Cina, invece, ha lasciato costruire una decina di isole artificiali adibite ad avamposto militare in mezzo al Pacifico, su cui scrive Alessandro Giberti a pagina 87 di questo numero, col rischio di compromettere il controllo dei mari e quindi il libero commercio globale così come lo conosciamo.
Per tutto ciò repubblicani e semplici odiatori seriali accusano Obama di essere un socialista, un musulmano, un traditore, e si rendono ridicoli. Obama è semplicemente convinto che nel mondo contemporaneo l’America non possa più fare tutto da sola, che non ci sia più spazio per il multilateralismo liberale anglosassone del passato né per il mondo unipolare a guida yankee. Obama, in sostanza, è diventato l’amministratore del declino americano e agisce di conseguenza. Solo che il declino è molto spesso una scelta politica che rischia di trasformarsi in una profezia autoavverante.

Secondo l’American Interest, siamo entrati nell’Era dello Sfinimento, l’epoca della stanchezza e del riflusso. Sono momenti ciclici, come dimostra l’alba reaganiana («È di nuovo mattina in America») successiva al rallentamento degli anni di Carter.
A complicare il tutto c’è che, salvo eccezioni, non si vedono interpreti all’altezza del compito di succedere a Obama. Una dozzina di repubblicani e quattro democratici hanno iniziato il processo lungo un anno, da febbraio a novembre 2016, che porterà all’elezione del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma sono solo Marco Rubio, per la sua freschezza e il suo pensare positivo, e Hillary Clinton, per la sua storia e la sua esperienza, ad apparire credibili. Hillary non ha veri avversari, se non se stessa. La strada di Rubio è ancora in salita: deve prima sconfiggere l’altro candidato serio, Jeb Bush, che però sta facendo di tutto per farsi travolgere, e poi, una volta sgonfiato il fenomeno Trump, vedersela con il super conservatore Ted Cruz.

Ma non c’è solo la politica di Washington a consolidare l’idea di questo «sfuggente sogno americano», come peraltro Bruce Springsteen canta non da ora, ma da una quarantina d’anni. Ci sono le rivolte razziali a ricordare che non è stato sufficiente un presidente nero per cancellare le tensioni secolari. Ci sono anche le diseguaglianze economiche e le stragi a mano troppo facilmente armata in un Paese certamente dinamico, innovatore e leader del mondo libero ma anche adolescenziale, violento e soggetto a oscillazioni sociali impensabili nel resto dell’Occidente.
L’America si può raccontare in mille modi, e su IL ogni mese la raccontiamo attraverso i libri, le serie tv, la musica che celebrano la grandezza della sua cultura, a dimostrazione che le chiacchiere sul declino americano si scontrano con la realtà di una società necessaria, vitale e geniale.
Un altro modo di raccontare l’America è quello che abbiamo scelto per questo numero: dodici personaggi rilevanti e influenti in questo preciso e delicato momento di fine 2015. In attesa che sia di nuovo mattina.
Buona lettura.


Christian Rocca

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