Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Ho conosciuto Francesca Balzani

Ieri sera ho conosciuto Francesca Balzani, in corsa alle primarie del PD per scegliere il candidato sindaco di Milano (si vota il 6 e il 7 febbraio, gli altri candidati sono Beppe Sala, Pierfrancesco Majorino e un altro di cui non ricordo il nome).

Avevo molti pregiudizi nei confronti di Francesca Balzani, 49 anni, genovese, tre figli, Studio Uckmar, già parlamentare europeo PD e ora vicesindaco di Giuliano Pisapia. Credevo fosse la classica e caricaturale maestrina di sinistra, simpatica come l’orticaria, insopportabile. O, almeno, questa mi era sembrata la sua immagine tratta dai giornali di queste settimane che la descrivono come la candidata anti-renziana, espressione del progressismo borghese pisapipiano e della, santi numi, società civile con la "s" e la "c" da intendere maiuscole.

Incontrare le persone, specie contro i propri pregiudizi, fa sempre bene. Francesca Balzani non è quel tipo lì, non è una caricatura, non è una nipotina di Zagrebelski e Nando Dalla Chiesa. Almeno non mi è sembrata così. 

È anche simpatica, a suo modo. Autoironica, soprattutto. Anche un po’ insicura, non arrogante. Ed è parsa certamente competente sui suoi temi, che sono quelli dei numeri, dei bilanci, del far quadrare i conti e le cose. 
Detto questo, l’incontro e le chiacchiere libere hanno mostrato un’inaspettata, per me, inadeguatezza della Balzani (a volte i pregiudizi sono sbagliati per difetto). Ad ascoltare le sue proposte, e ad ascoltarla e basta, mi è sembrato che mancasse di gravitas, di carisma e anche della capacità di esprimere una visione della città. 

Anzi, sollecitata dalle domande dei presenti, Balzani ha teorizzato che fosse corretto non avere alcuna visione per una città così complessa come Milano e che, anzi, anche per ragioni di ristrettezze di bilancio, lei preferisce parlare e occuparsi delle buche nelle strade.
Cosa di per sé nobile e giusta, viste le competenze di un sindaco e le domande di chi le ha addirittura chiesto che cosa intendesse fare, «a livello comunale», sullo scontro di civiltà dopo i fatti di Colonia.

Va bene. Ed è anche efficace ripetere che «il bilancio è la politica al netto delle chiacchiere». Buona. Ma la politica è anche far sognare, veicolare idee, immaginare se non raggiungere il futuro.
Milano, poi, non è Tradate né Enna, è Milano, la locomotiva eccetera. Non credo sia sufficiente annunciare un museo comunale per i giovani artisti, il controllo delle acque, le isole pedonali di quartiere e un allargamento dell’Area C senza usare il compasso e consultando i cittadini delle zone interessate.

Un amico di cui mi fido, e che lavora affinché lei ottenga la candidatura, mi ha detto che Balzani è una liberale, anche se non liberista. E in effetti, d’impatto e per come si pone, non pare avere nulla del fanatismo da società civile organizzata, e d’altro canto ha confermato di non essere liberista quando ha detto che se le aziende e i servizi pubblici sono in perdita o deficitari preferisce farli funzionare piuttosto che privatizzarli. 

In teoria, ad ascoltarla bene al netto delle banalità, potrebbe anche essere una candidata "renziana", se solo Renzi l’avesse scelta come sua candidata, anche perché come rappresentante del cambiamento anche generazionale è certamente più credibile di Beppe Sala. E potrebbe esserlo ancora, la candidata renziana, se non fosse costretta da una strategia elettorale scontata, ma forse semplicistica e poco lungimirante, a fare il pieno di voti a sinistra per paura di Majorino.

La cosa che mi ha colpito di più della Balzani, lo ripeto, è la totale assenza di quella che gli americani chiamano "the vision thing", e anche la mancanza di carisma. Non credo abbia conquistato un voto ieri sera, anzi. È vero che Milano ha una storia recente di sindaci sobri e poco carismatici, da Tognoli a Formentini ad Albertini, e in fondo anche lo stesso Pisapia. Ma ad ascoltarla, e ad avvertire la scarsa attenzione che destava negli interlocutori, Francesca Balzani mi è sembrata più adatta a un ruolo tecnico di assessore al bilancio che a a sindaco della città più importante d’Italia. 

Quando, poi, si è alzato uno dei soliti manettari del Fatto per definirla come la candidata contro «il Partito della Nazione, il partito degli affari» ho capito che era arrivato il momento della frutta, quindi ho salutato, ringraziato la candidata per la sua disponibilità e le ho augurato buona fortuna. 

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