Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Una notte con Hillary, Bernie e Cruz

DES MOINES. Questa notte conosceremo il risultato dei caucus dell’Iowa, la prima tappa del giro d’America per selezionare i candidati che l’8 novembre si sfideranno per la successione a Barack Obama alla Casa Bianca. Gli ultimi sondaggi prevedono, tra i repubblicani, Donald Trump davanti al senatore del Texas Ted Cruz e, più staccato, il senatore della Florida Marco Rubio. Briciole per il resto degli altri candidati conservatori. Testa a testa, invece, tra Hillary Clinton e il suo sfidante socialista, l’unico del Senato di Washington, Bernie Sanders del Vermont. Vincere in Iowa non è detto che sia il passo decisivo per la conquista della nomination. Quattro anni fa, per esempio, tra i repubblicani vinse Rick Santorum con uno scarto di 34 voti dopo un conteggio che è durato giorni, ma alla fine il candidato scelto dai repubblicani per sfidare il presidente Obama è stato Mitt Romney. Nel 2008, sempre tra i repubblicani, vinse Mike Huckabee contro Romney, ma la nomination repubblicana andò al terzo classificato, John McCain. Contemporaneamente, è vero, la vittoria a sorpresa di Barack Obama nel 2008 (così come quella di John Kerry nel 2004 sul favorito Howard Dean) è stata decisiva per convincere l’America che il giovane senatore dell’Illinois avrebbe potuto farcela contro la cosiddetta Clinton machine. Si potrebbe andare indietro nel tempo con molti altri esempi, ciascuno dei quali contraddirebbe il precedente, ma resta che il grande spettacolo dei caucus dell’Iowa, quasi duemila riunioni politiche che si tengono dopo 1500 comizi di 14 candidati e quasi 100 milioni di dollari tra spot televisivi e organizzazione politica sul campo, seguito da quello in New Hampshire, è cruciale soprattutto perché restringe il campo dei candidati in vista delle tappe successive. Vincere aiuta ad andare avanti, piazzarsi bene significa segnalare che si è ancora vivi, arrivare molto indietro prosciuga finanziamenti ed energie. Le cose da tenere d’occhio, questa notte, sono tre: 1) Hillary e Trump, i front runner dei due partiti, vinceranno? E con quale margine? Se uno dei due non ci riuscisse sarebbe una notizia in grado di influenzare il resto della corsa, a cominciare dalla primarie del New Hampshire. 2) Ted Cruz perderà di poco o di molto con Trump, e di quanto distanzierà il resto dei candidati repubblicani? Da entrambe le cose dipende il suo futuro. 3) Marco Rubio arriverà terzo, cioè primo candidato credibile contro i due anti sistema? E gli altri, più simili a lui che a Trump e Cruz, i candidati Jeb Bush, Chris Christie e John Kasich, andranno così male da ritirarsi dopo il New Hampshire e lasciare il campo moderato a Cruz? Ieri sera, a Des Moines, si sono tenuti i comizi finali di tre dei candidati favoriti, Bernie Sanders, Hillary Clinton e Ted Cruz, mentre in città non si parla d’altro che della tormenta di neve che potrebbe arrivare tra stasera e martedì mattina e causare qualche problema di partecipazione ai caucus. Alla Drake University è intervenuto Bernie Sanders, lo sfidante in ascesa di Hillary Clinton, in un’atmosfera da concerto di Joan Baez, con molti studenti di oggi vestiti come Jesse Pinkman di Breaking Bad, con in testa il beanie d’ordinanza, e molti studenti di quarant’anni fa abbigliati da raduno dei Grateful Dead. La frase che si sente ripetere più spesso tra i suoi sostenitori è «credo in Bernie» oppure «mi fido di Bernie» e anche «dice le stesse cose da 40 anni». Sanders ha l’aria del simpatico professore di una volta, radicale e rassicurante allo stesso tempo. Genera entusiasmo, ma non ai livelli visti per Obama otto anni fa. Non è un grande oratore, i suoi discorsi sono di una semplicità disarmante e mai concreti, una versione socialisticamente colta dei deliri apolitici di Trump. Eppure il suo accento nasale della New York di una volta risulta irresistibile per la generazione hipster. Sanders spacca perché è vintage, al punto che non sfigurerebbe in una Tribuna Politica italiana anni Sessanta, meno in una puntata di House of Cards. Vuole cambiare il paese con una piattaforma politica da Occupy Wall Street e una ricetta socialista sconvolgente per l’America, ma normale nel resto del mondo occidentale (tre mesi di maternità, sanità e università pubblica). Vuole cambiare tutto, soprattutto Wall Street e la sua avidità, ma anche le riforme di Obama sulla sanità. Non parla di politica estera e di sicurezza nazionale, mai. Qualche chilometro più in là, in un palazzo dello sport più grande e con un pubblico più borghese, Hillary si è fatta introdurre sul palco da una spigliata Chelsea, in attesa del secondo figlio, e da un fiacco e quasi afono Bill Clinton. L’ex presidente ha parlato di sua moglie come della persona migliore che abbia mai conosciuto e con cui abbia lavorato: «Hillary rende migliore qualsiasi cosa che tocca», ha ripetuto più volte mentre i supporter mostravano i cartelli «Fighting for us», «Combatte per noi». Da Hillary c’è il Secret service a controllare gli ingressi, e c’è il metal detector. La differenza tra Hillary e Bernie è evidente, e non è soltanto politica. Chi ascolta Bernie sa che non diventerà mai presidente degli Stati Uniti, anche quando dice cose sensate e giuste, forse proprio quando dice cose sensate e giuste. Hillary è presidenziale, Bernie no. Sanders si presenta ai suoi dicendo «siete pronti per la rivoluzione?», Hillary offre una ricetta riformista e un’esperienza di governo indiscutibile. Nessuno può dire di Hillary «credo in lei», «mi fido di lei», «dice le stesse cose da 40 anni», ma non può nemmeno dubitare che sia «fit for the job», capace e adeguata a svolgere il ruolo di presidente degli Stati Uniti. Il suo discorso, ben costruito e recitato da politica consumata, è stato in linea con l’immagine di campionessa del progressismo con cui si presenta questa volta, dopo l’insuccesso della versione centrista del 2008. Ma è stato anche sorprendente perché ha individuato gli stessi identici temi della piattaforma di Sanders – diseguaglianza, welfare, tasse, finanza rapace, cambiamenti climatici – a volte usando proprio le stesse parole dell’avversario, ma in un contesto dove comunque sembra che lei, magari meno autentica e fidata, possa però riuscire a cambiare le cose. Hillary ha anche scavalcato a sinistra Bernie, in particolare sulle politiche restrittive per il porto d’armi e, su suggerimento del finanziere Warren Buffett, proponendo un’aliquota reale del 30% a chiunque guadagni un milione di dollari, senza quei sotterfugi fiscali per cui un finanziere oggi è tassato meno della sua segretaria. Ha anche annunciato una sovrattassa del 4 per cento da applicare a chi guadagna più di 5 milioni. L’entusiasmo dei sostenitori, nell’arena del liceo Abraham Lincoln di Des Moines, è cresciuto a mano a mano che, anche sui temi di sicurezza nazionale, Hillary ha cominciato a parlare già come un presidente. L’ultimo comizio della vigilia dei caucus è stato quello del senatore Ted Cruz, l’unico candidato repubblicano che in Iowa sembra in grado di sconfiggere Donald Trump. Il raduno, in un capannone della Fiera statale, non poteva essere più diverso rispetto a quello dei democratici. Cruz è il candidato più di destra che si sia mai visto da molto tempo a questa parte, o perlomeno così si presenta. Tutta la sua campagna, e anche il suo appeal, gira intorno a due concetti molto semplici: è il candidato più conservatore su qualsiasi argomento possibile, ed è anche quello più contrario al ceto politico e burocratico di Washington, e per Washington intende anche i vertici del suo stesso partito, cui non risparmia nulla. In jeans e camicia sportiva, Cruz ha elencato tutte le cose che farà nei primi giorni da presidente, una lista improbabile che va dal cancellare tutto quello che ha fatto Obama con un tratto di penna, fino a distruggere l’Isis, approvare una flat tax del 10 per cento per tutti, abolire l’IRS (l’agenzia delle entrate americane) e molti altri dipartimenti o ministeri, tra cui quello dell’Istruzione, e spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Aveva appena iniziato a fare la lista quando un suo finto sostenitore si è messo a urlare che le proposte appena ascoltate gli avevano scombussolato lo stomaco al punto da vomitare. La polizia lo ha scortato fuori, tra i conati in favore di telecamera. Cruz non parla come un politico, ma come un predicatore evangelico. Non è stato un comizio, ma un sermone con citazioni delle Scritture, la parola di Dio, il peccato, il corpo di Cristo, l’abisso, e si è chiuso con l’invito a fare tre cose oggi, nel giorno del caucus: votare per lui, convincere amici e familiari, e pregare per la sua vittoria. Il senatore del Texas si presenta come il nuovo Ronald Reagan, il salvatore di un’America che è tornata a essere quella debole e derisa degli anni di Jimmy Carter («Avete notato che i nemici di allora, Iran e Russia, sono gli stessi di oggi?»). C’è un aspetto curioso, e comune ai tre candidati. Cruz dice di ispirarsi alle politiche della rivoluzione conservatrice degli anni Ottanta; Hillary a quelle clintoniane dei Novanta; Sanders è l’emblema dello spirito dei Sessanta. Nessuno dei tre ha idee nuove. La novità, scombinata quanto si vuole, è Trump. Mentre il tradizionale candidato ottimista che guarda al futuro è Marco Rubio. Christian Rocca

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