Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La battaglia del New Hampshire

Manchester (New Hampshire). Hillary Clinton e Bernie Sanders, per i democratici. Ted Cruz, Donald Trump e Marco Rubio, per i repubblicani. Sono cinque i candidati alla presidenza degli Stati Uniti che martedì 9, alle primarie del New Hampshire, avranno l’occasione di consolidare il vantaggio sugli avversari conquistato nei caucus dell’Iowa. Gli altri sfidanti repubblicani, da Jeb Bush a Chris Christie a Ben Carson a John Kasich, avranno l’ultima, o la penultima, occasione per risultare credibili agli occhi degli elettori, dei finanziatori e dei media. Se falliranno anche in New Hampshire saranno costretti a seguire l’esempio di Mike Huckabee, Rand Paul e Rick Santorum, cioè a ritirarsi. Negli ultimi giorni, tra l’Iowa e il New Hampshire, ho seguito le campagne dei primi cinque candidati, li ho visti esibirsi in comizi, assemblee cittadine e dibattiti, riunioni piccole e grandi eventi, in città, in periferia e in campagna. Una cosa mi è sembrata evidente a ogni tappa: tra questi cinque candidati ci sono soltanto due riconoscibili presidenti degli Stati Uniti, con le caratteristiche del presidente degli Stati Uniti che conosciamo. Sono Hillary Clinton e Marco Rubio. Gli altri tre no. Gli altri tre sono estremisti radicali (Sanders e Cruz) o personaggi d’avanspettacolo (Trump). Bernie Sanders sta facendo molto bene, al di là di ogni aspettativa. Ha pareggiato in Iowa, e per lui è stata più che una vittoria. Ora è solidamente in testa in New Hampshire. Rappresenta l’ala sinistra del mondo progressista, oltre la sinistra del Partito democratico. È molto simpatico e ha un forte seguito tra gli studenti e una base popolare di piccoli finanziatori che non ha precedenti nemmeno nella campagna di Obama del 2008. Fa commuovere chi è cresciuto con gli ideali politici degli anni Sessanta ma spaventa chi non vuole trasformare l’economia e la società americana in una replica del modello europeo. Ted Cruz, come Sanders, è un outsider dentro il suo partito. La sua candidatura è una battaglia contro l’establishment del Partito repubblicano. Quando i giornali raccontano che non potrà mai vincere perché è odiato dalle élite del suo partito, lui spiega ai sostenitori che quella è esattamente la ragione ideale della sua candidatura. Sanders si è sempre candidato da indipendente, non da democratico. Cruz è il candidato più di destra degli ultimi 30 anni, così come Sanders è il più di sinistra dai tempi di George McGovern (nel 1972, e non finì bene: perse 49 Stati su 50 contro Richard Nixon). Sono entrambi figli di tradizioni culturali profondamente americane, ma entrambe minoritarie se incapaci di costruire alleanze con altre anime politiche e ideologiche d’area. Donald Trump è un’altra storia, ma neanche tanto. Non è né di destra né di sinistra, e non è ideologico. Si candida con i repubblicani, ma ha sempre sostenuto e finanziato le grandi cause liberal degli ultimi decenni. Come Sanders e Cruz, Trump è protagonista della battaglia contro le élite politiche e finanziarie di Washington e New York cominciata con le proteste dei Tea Party contro George W. Bush e poi contro Barack Obama e continuata con il movimento Occupy Wall Street. In più, Trump, è uno showman, abilissimo. I suoi non sono comizi, sono spettacoli comici, poco da commander in chief, molto da stand-up comedian. All’Hampshire Hills Athletic Club di Milford, in New Hampshire, davanti a una folla mai vista da altri candidati, Trump ha sciorinato battute e insulti, una dietro l’altro, senza mai esporre una proposta politica diversa da slogan e promesse generiche tipo «costruirò un muro anti immigrati», «nominerò persone intelligenti», «convincerò Cina, Russia, Iran e chiunque altro a fare ciò che dico io», «prenderò il petrolio dell’Isis», «faremo grandi cose» «L’America tornerà grande». Nel repertorio anche bassezze nei confronti degli avversari e improperi contro i giornalisti, più volte definiti «disonesti» e indicati col dito nella zona loro riservata e protetta da polizia e Secret Service. Nemmeno nelle serie televisive di serie B scelgono presidenti di questo genere. Hillary Clinton e Marco Rubio partecipano a un altro campionato. Sono leader politici con idee serie, programmi precisi e proposte concrete. Sono i due candidati dell’establishment. I due più eleggibili. Nessuno dei due è un fanatico, anche se entrambi hanno posizioni nette e radicali su vari temi. Sanno di che cosa parlano, e sanno come parlare. Hillary punta sull’esperienza, impossibile da pareggiare: segretario di Stato per quattro anni, senatore per otto, First Lady per altri otto. Rappresenta il passato affidabile, ai suoi rally non si suona più l’inno clintoniano degli anni Novanta Don’t stop, thinking about tomorrow dei Fleetwood Mac, ma potrebbe diventare la prima presidente donna degli Stati Uniti, una novità non da poco. Marco Rubio ha una grande storia da raccontare, il sogno americano realizzato dei suoi genitori immigrati da Cuba, e incarna il messaggio positivo e ottimista di chi immagina un futuro migliore per le nuove generazioni. È giovane, 44 anni, dieci anni meno di Obama, e sarebbe il primo presidente di origine ispanica. Entrambi sono indietro nei sondaggi del New Hampshire, davanti ci sono Sanders e Trump, ma il giro d’America è ancora lungo. Christian Rocca

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