Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Viva viva viva l’Inghilterra

In un fantastico romanzo di Julian Barnes, England, England (Einaudi, 2000), un industriale milionario e sognatore realizza sull’isola di Wight la sua bizzarra utopia, quella di raccogliere e ricostruire le maggiori attrazioni della Vecchia Inghilterra in pochi chilometri quadrati. Metà parco divertimenti e metà Stato autonomo, la nuova Inghilterra con sede a England, in England, diventa un paradiso per i turisti, conveniente, pulito ed efficiente con tutti i monumenti storici a breve distanza e raggiungibili a piedi. La vecchia Inghilterra, privata delle sue bellezze – e pure dei reali e del Manchester United, pagati generosamente per regnare e giocare nell’isola – entra in un declino sociale, economico e monetario e in uno stato di isolamento paragonabile a quanto si legge nelle analisi di queste settimane sull’ipotesi di Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea se al referendum del 23 giugno dovesse prevalere una maggioranza favorevole a dire addio all’Europa.

Le ragioni economiche di una Gran Bretagna dentro o fuori l’Unione sono importanti, ma per questo numero di IL ci interessano di più le ragioni culturali e sentimentali del legame con il Regno Unito. Perché? Perché non possiamo non dirci britannici.

Gli inglesi magari staranno bene da soli, anche se non credo, e sappiamo bene che hanno una spiccata predisposizione a rendersi insopportabili, ma purtroppo noi non possiamo farne a meno. Sappiamo anche che cambierà poco o niente, in caso di uscita dall’Europa: ci saranno problemi commerciali e finanziari, ma noi continueremo lo stesso ad ascoltare la loro musica, anche perché quella musica è anche nostra, a leggere Martin Amis e ad andare alla Tate, ma siccome i simboli sono simboli, be’, dal punto di vista simbolico, l’allontanamento della Gran Bretagna dall’Europa sarebbe una catastrofe.

La Grecia e il Portogallo sono Paesi meravigliosi, evviva la Francia e la Spagna e la Germania, stupendi i Paesi dell’Est e quelli scandinavi. Super. Ma la Gran Bretagna è il nostro fornitore ufficiale dei beni di cui abbiamo più bisogno: più liberalismo e meno protezionismo, maggiori diritti e minore autoritarismo. Il Regno Unito è la sorgente della libertà continentale, Londra è la nostra città illuminata sulla collina e la cultura pop britannica è l’immaginario collettivo della Generazione X, come raccontano Annalena Benini e Stefano Pistolini nella storia di copertina.

«Viva viva viva l’Inghilterra», cantava il divulgatore Claudio Baglioni. Nel suo romanzo, Julian Barnes prende in giro i «turisti di merda» che diffondono i luoghi comuni sull’Inghilterra e costringono i pianificatori di England a catalogarli ordinatamente in modo da poterli replicare sull’isola di Wight. Ed ecco pronta, nelle pagine di Barnes, la lista un po’ patetica dei «Cinquanta Concentrati Puri di Inglesità», dal Big Ben ai pub, dall’Union Jack alla Bbc, da Shakespeare alla bombetta, dalla perfidia allo stile Tudor, dalle bianche scogliere di Dover al roast beef, e poi i pettirossi, il cricket, i taxi, gli autobus a due piani.

Ecco, sprezzanti del pericolo di cadere nel luogocomunismo, siamo partiti proprio da uno dei simboli quintessenziali dell’inglesità, un autobus a due piani che attraversa la verde campagna del Wiltshire, per presentare in copertina le 101 ragioni per cui amiamo la Gran Bretagna. E per chiedere ai sudditi di Sua Maestà di non andarsene, di non lasciarci soli. Please, don’t go. Don’t go. Non andatevene. O, perlomeno, portateci con voi.

Christian Rocca

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