Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Hillary, gli elettori di Trump e le elezioni italiane

I sondaggi elettorali possono essere letti così: quando i partiti progressisti propongono di attenuare le ingiustizie economiche, di valorizzare le diverse culture e di garantire nuovi diritti, provocano su una fascia consistente della popolazione un effetto opposto a quello desiderato.


Nell’epoca del rancore e del risentimento, L’età della rabbia di Pankaj Mishra è appena uscito per Mondadori, questo messaggio in teoria neutro, convenzionale e ricorrente, diciamo anche banale, viene interpretato come una parola d’ordine per aumentare le tasse, ridistribuire la ricchezza e aiutare gli immigrati a danno dei locali.


Se si aggiunge che, mentre nella vita di tutti i giorni la gente comune fatica molto più di prima, gli stessi partiti di governo, come il PD di Matteo Renzi o i Democratici di Barack Obama, si vantano con orgoglio di aver risollevato l’economia, di aver salvato il sistema del credito e di aver protetto il paracadute sociale del welfare, insomma di aver preservato il nostro modello di vita, si spiega facilmente il malcontento diffuso e si prescrive la ricetta perfetta per la sconfitta.


È un circolo vizioso: più si rivendicano i successi, che sono stati enormi, più aumenta il rancore popolare. Aver salvato le banche, cioè i depositi dei correntisti, diventa aver premiato i responsabili dell’insicurezza economica popolare. Anche la recente notizia del recupero record dell’evasione fiscale, nel 2017 oltre 20 miliardi cioè il doppio rispetto a sette anni fa, giustamente rivendicata da Renzi e dai suoi come un risultato eccezionale verso la maggiore equità, non viene salutata con grande entusiasmo ma è intesa come la minaccia di un fisco ancora più invadente.


Sono molte le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton e della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane del novembre 2016, e alcune probabilmente le conosceremo soltanto al termine dell’inchiesta federale sul ruolo della Russia, ma la principale è esattamente questa, come ha scritto la stessa Hillary nel suo bel diario post elettorale What Happened: «Nonostante l’eroico sforzo compiuto dal presidente Obama per rimettere l’economia in carreggiata dopo la crisi finanziaria, molti americani non hanno percepito la ripresa economica nella loro vita quotidiana e di conseguenza non hanno riconosciuto alcun credito ai Democratici».


Questi americani, ma anche italiani ed europei, sono persone che lamentano di essere state abbandonate dallo Stato e pensano di essere state fregate da un sistema economico che privilegia e garantisce soltanto le élite. Credono che nessuno si preoccupi di loro, di che cosa potrà accadere alle loro vite e al loro futuro, e per questo vogliono il cambiamento, qualunque esso sia, anche quello plasticamente grottesco di Trump, di Di Maio o di Salvini.


In Italia, rispetto agli Stati Uniti, la situazione è aggravata da un sistema politico, economico e sociale che in certe zone del paese si è basato prevalentemente sull’assistenza pubblica e sul clientelismo. I debiti contratti nel passato per distribuire soldi a pioggia, e gli interessi che ora siamo costretti a pagare per non fallire, hanno prosciugato la cassa. Sono finiti i soldi da spartire e chi vuole comprendere i sondaggi elettorali di questi giorni può limitarsi a incrociare i dati di maggiore forza dei grillini con la mappa delle regioni italiane storicamente più assistite. Il risultato è questo: macerie, rancore e richieste radicali di cambiamento.


Il paradosso è che l’occasione del cambiamento c’è stata, con il referendum, ma il 4 dicembre 2016 alle urne ha prevalso la conservazione, un po’ perché la riforma costituzionale per sua natura non poteva rispondere alle urgenze economiche dettate dallo spirito del tempo, un po’ perché l’establishment del paese che sarebbe stato spazzato via dalle conseguenze politiche di una vittoria del Sì si è surrettiziamente alleato con i populisti e i disfattisti.


Ma resta questo il tema che deciderà le prossime elezioni: il cambiamento e la sicurezza sociale. Il cambiamento delle condizioni e delle prospettive economiche del ceto medio e la sicurezza delle famiglie. Non il cambiamento dei dati macroeconomici sul Pil, sulla disoccupazione, sulla produzione industriale, sui titoli di stato, sullo spread, sulla fiscalità, sul tetto del 3 per cento, né la sicurezza dei conti del bilancio statale. È il bilancio familiare quello che conta.

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