Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Come non scrivere una recensione

Il nuovo libro di Claudio Giunta è formidabile. “Come non scrivere – Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano” andrebbe adottato nell’Amministrazione pubblica, nelle redazioni dei giornali, negli uffici stampa, nelle agenzie di comunicazione. Soprattutto andrebbe imposto per legge a chiunque aggiorni uno status di Facebook o mandi un messaggio di posta elettronica.


Consentitemi una (lunga) premessa: io non dovrei sopportare Claudio Giunta. Il motivo è personale. Giunta è professore di Letteratura italiana all’Università di Trento e a un certo punto ha scritto un articolo per smontare il primo postulato della letteratura italiana codificato da Francesco De Sanctis nella sua “Storia della letteratura italiana”. Il primo postulato di De Sanctis è questo: «Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente creduto la cantilena o canzone di Ciullo di Alcamo».


Secondo Giunta, però, «lo studente che lo ripetesse oggi a un esame universitario verrebbe subito bocciato, perché ciò che oggi sappiamo circa le origini della nostra poesia è molto diverso (e molto di più) rispetto a ciò che sapeva De Sanctis. Sappiamo intanto che la cronologia della scuola siciliana è diversa da quella “comunemente creduta” ai tempi di De Sanctis, e che non ci sono ragioni per attribuire a Cielo (non Ciullo) d’Alcamo (…) il ruolo dell’iniziatore». Ma come si permette, questo Giunta?


Io sono di Alcamo. E non solo sono di Alcamo, ma ho anche frequentato il Liceo Classico Cielo d’Alcamo e quindi per me la tesi di Giunta è inaccettabile: la letteratura italiana nasce a casa mia, grazie a Cielo.


Su un punto però Giunta ha ragione: Cielo d’Alcamo si chiama Cielo, non Ciullo, esattamente come la mia scuola, anche se la piazza principale della città si chiama Ciullo.


In Piazza Ciullo c’è la sede del Comune, oggi guidato dai cinque stelle, Cielo ci perdoni. Alle ultime comunali i grillini hanno preso il 75 per cento dei voti (che più o meno è la percentuale che hanno sempre avuto in città la DC e i suoi derivati della Seconda Repubblica: vedi, a proposito di letteratura siciliana e universale, Tancredi e il suo «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»).


Insomma, da qualche anno l’Alcamo di Cielo e di “Rosa fresca aulentissima” è la città più grillina d’Italia. Già solo questo fa vacillare il postulato del De Sanctis e non depone certo a favore della tesi di Alcamo come patria della lingua e della cultura nazionale. Pensare a chi governa Alcamo, però, mi fa capire che su Cielo ragiono esattamente come un grilllino: io non so niente sulle origini della letteratura italiana, mentre Giunta sì. Lui è uno studioso, io sono solo uno di Alcamo.


Quindi a malincuore riconosco che mi devo fidare di lui. Bene. Ma da questo momento mi sento libero di sostenere che la giunta (minuscolo) dei cinquestelle, oltre a non far arrivare l’acqua in casa, a incasinare la raccolta dei rifiuti e a pulire male la spiaggia, è riuscita anche nell’impresa di declassare Cielo.


Torniamo a Giunta. Nel 2015 ha scritto un magnifico libretto su Matteo Renzi, “Essere #matteorenzi, per il Mulino. Me ne sono accorto grazie a un articolo entusiasta di Giuliano Ferrara sulla prima pagina del Foglio. A distanza di anni, “Essere #matteorenzi” rimane il ritratto intellettuale, perlopiù critico, migliore mai realizzato sul leader PD.


In quel momento dirigevo IL, il magazine di Idee del Sole 24 ORE. Dopo aver letto “Essere #matteorenzi” avevo deciso di contattare Giunta, che non conoscevo, per chiedergli se volesse collaborare con la rivista. Ma non l’ho fatto subito, intanto perché poco dopo Giunta ha scritto quel disgraziato articolo su Cielo d’Alcamo, ma soprattutto perché in quei giorni ha recensito per la Domenica “Non si può tornare indietro”, una mia antologia degli autori di IL pubblicata in quei giorni da Marsilio. La recensione era magnifica e spiegava l’avventura di IL meglio di quanto ci fossi riuscito io, con argomenti cui io non avevo nemmeno pensato. L’ho ringraziato, ho aspettato che passasse un poco di tempo e qualche mese dopo gli ho chiesto di scrivere su IL. Giunta ha scritto articoli, e anche un personal essay sulla sua improvvisa mania per la fitness, che definirei perfetti.


Mi sono chiesto, allora, quale fosse il suo segreto. “Come non scrivere” ne svela qualcuno. Il saggio nasce dalle sue lezioni universitarie e fornisce a studenti e lettori le regole base per evitare gli errori più comuni, non solo quelli di sintassi, ma quelli di stile. Scrivere un romanzo o un articolo, una tesi di laurea o una email, una legge o un volantino pubblicitario – scrive Giunta – merita lo stesso medesimo impegno.


Lui chiama questo impegno “la legge di Borg” perché quando a Borg chiesero se lo impegnasse di più un set con McEnroe o uno con Connors lui rispose: «Mi impegna tutto, anche un set con mio nonno». La legge di Borg è una regola contro la sciatteria e la pigrizia, senza dubbio i principali nemici della buona scrittura. Giunta chiama le altre regole “di Silvio Dante”, uno dei killer dei Soprano, e “di Catone”: farsi capire, scrivere facile e studiare l’argomento che si vuole affrontare.


Il tono del saggio non è accademico, anzi è molto divertente (Giunta sa scrivere). Contiene parecchi esempi colti e pop. Ecco il primo: la cosa da evitare assolutamente è farsi prendere dalla smania del “bello scrivere”, cioè dallo scrivere fintamente elegante («mi sono recato» invece di «sono andato»; «evento fieristico» invece di «fiera»; «focalizzarsi» invece di «concentrarsi»; «effettuare una ricerca» invece di «cercare» eccetera).


Italo Calvino chiamava questo stile posticcio «antilingua». Alberto Savinio, ricorda Giunta, ce l’aveva con chi «nel parlare e nello scrivere si traveste, indossa un abito che non è il suo, l’abito della festa, adopera un linguaggio artefatto, e applica insomma alla lingua una “strana teoria dell’eleganza”, una teoria secondo la quale in determinati contesti (per esempio parlando con la “gente di maggior riguardo”) bisogna darsi un tono e usare toni e frasi che mai si userebbero nella conversazione con persone meno importanti». Gli esempi di questa antilingua li troviamo ovunque: negli annunci in stazione, nelle sentenze dei giudici, negli articoli dei giornalisti, nelle presentazioni Power Point eccetera.


Non bisogna essere fanatici, però. Ogni tanto le regole possono essere infrante, come consiglia di fare anche George Orwell in “Perché scrivo”. In generale è ovvio che sia meglio usare le parole italiane invece di quelle straniere, almeno quando è possibile, ma se si scrive “week end” invece di “fine settimana” non muore nessuno. Molto importante: si può scrivere poco, anzi si deve scrivere poco. Less is more. Scrivere bene non significa scrivere tanto.


I giornalisti dovrebbero evitare la retorica emozionale, lo “stile commovente” che fa letteratura da aeroporto, quando va bene, e dovrebbero evitare la retorica emozionale sempre e comunque (in questa frase c’è una ripetizione, ma secondo Giunta non bisogna avere paura delle ripetizioni, anzi spesso è meglio ripetere “i calciatori del Bologna” piuttosto che alternare con “i calciatori felsinei”).


Al manuale di Giunta, aggiungerei una mia personale e inderogabile regola: mai iniziare uno scritto, e in particolare un articolo giornalistico, con le condizioni meterologiche, a meno che non si scrivano le previsioni del tempo, anche perché dal confronto con «Era una notte buia e tempestosa» si esce sempre malconci.


Un’altra delle regole che si leggono in “Come non scrivere” è questa: quando si scrive una recensione di un bel libro bisogna comunque trovare qualcosina che non va. Questa regola mi piace: Giunta a un certo punto scrive “scannerizzare” non ricordo più se un testo o una fotografia. No, professore, “scannerizzare” non si può sentire, è un anglicismo orrendo. In italiano si dice “scandire” oppure “fare una scansione”. Se lo lasci dire da uno di Alcamo, Cielo’s hometown.




“Come non scrivere – Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano” (Utet, 328 pagine, 16 Euro)


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