Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Brunori, professione disincantautore

I monologhi sull’incertezza che Dario Brunori sta portando in giro per i teatri italiani fanno molto ridere. Ma oltre alle battute c’è di più (semi citazione pop!). Brunori usa l’ironia come un artificio letterario, anzi come uno schermo, come uno scudo d’acciaio per combattere l’ansia, la sua e quella della nostra epoca.


Brunori fa ridere per non farci piangere. Fa ridere per non fare il trombone, enfatico e retorico. Fa ridere ma in realtà non ci vuole fare ridere.


Ci racconta la sua insicurezza personale che potrebbe o non potrebbe interessarci se non fosse che questa insicurezza è generazionale. Non è soltanto sua, è quella dei quarantenni, né ricchi né poveri, né provinciali né globalizzati, né sereni né disperati.


Brunori è il cantautore dell’incertezza, ma perfettamente consapevole: è un cantautore disincantato, un disincantautore.


Le sue canzoni sono così: un continuo dialogo con se stesso, incoerente, contraddittorio, insensato; ma in grado di percepire l’intima essenza della vita. Brunori pensa una cosa, poi il suo contrario, incapace di scegliere se sposarsi, se fare figli, se fuggire o restare. «Sono un uomo liquido», spiega raccontando una generazione che si adatta: la generazione degli adattati, non degli sdraiati.


Dalle sue canzoni: «Liquido è il lavoro e il sesso e le mie convinzioni; Liquide le ideologie e le nuove religioni; Liquidi i valori ed il mio senso del dovere» (La vita liquida);

«La verità è che non vuoi cambiare, che non sai rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non credi neanche più» (La verità);


«Vivere è come nuotare, ci si può riuscire soltanto restando sul pelo del mare» (Kurt Cobain).

Brunori appare incerto anche in scena: si auto celebra come se fosse il più grande poeta-intellettuale-artista della nostra epoca e allo stesso tempo si prende in giro quasi non si capacitasse di avercela fatta, di esserci arrivato lui, proprio lui, su quel palco.

È uno che non si prende sul serio, insomma, come fanno le persone serie.


Brunori a teatro è soprattutto musica. Le canzoni, ascoltate dopo i monologhi apparentemente comici, è come se avessero una marcia in più. I testi si ascoltano con un’attenzione maggiore. I nuovi arrangiamenti sono sorprendenti, meno rock, più acustici, quasi da camera, capaci di far levitare i brani fino ad allargarli in suite psichedeliche a metà tra i Doors e i Sigur Ros (Don Abbondio, in particolare).


Brunori e la band suonano prevalentemente l’ultimo disco, A casa tutto bene (un album pazzesco, a maggior ragione un anno dopo). Poco spazio per il repertorio: Kurt Cobain, La vigilia di Natale, Come stai e Arrivederci tristezza; inaccettabile però una scaletta senza Una domenica notte, Lei, lui e Firenze, e Guardia ’82.


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Brunori a Teatro

Monologhi e Canzoni sull’Incertezza


Le date su brunorisas.it

(A Milano torna il 23 aprile, agli Arcimboldi)

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