Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Le elezioni hanno conseguenze, specialmente queste

In Italia, ogni volta che si vota si dice che è «la peggiore campagna elettorale di sempre». In America sono più epici e preferiscono la formula «l’elezione più importante per la nostra generazione». Entrambe le espressioni sono bolse e retoriche, suonano artificiose, ma nel caso delle elezioni italiane di domani 4 marzo non si può negare che siano vere entrambe.


È stata la campagna elettorale più grottesca da secoli ed è innegabile che sia un voto decisivo. Ma è altrettanto vero che le elezioni del 4 marzo 2018, così come nel 1948, sono quelle con l’alternativa più intellegibile, più chiara e più semplice per l’elettore italiano. Questa è una cosa buona.


Domenica si sceglie tra apertura e chiusura, tra modernità e conservazione, tra speranza e paura, tra cultura e rabbia, tra progresso e rancore. Da una parte ci sono il PD di Matteo Renzi e +Europa di Emma Bonino, dall’altra tutti gli altri.


Far finta che siano elezioni normali, e magari lamentarsi dopo, non vale. Non ci sarà il recupero o lo spareggio. Li sento già, peraltro, quelli che si lamentano dell’impasse politica, del Parlamento senza maggioranza e delle Camere divise. Li riconosci subito perché sono gli stessi che hanno votato NO al referendum del 4 dicembre che invece ci avrebbe dato un sistema istituzionale con una sola Camera, 315 parlamentari in meno e una maggioranza parlamentare chiara già la notte del voto.


L’alternativa a Renzi e Bonino è la coalizione Salvini-Meloni, ovvero le caricature alle vongole di Putin e Orban, con Berlusconi in quota moderato e azionista di minoranza.


E poi c’è l’altra: il movimento eversivo che vuole sostituire la democrazia rappresentativa, cioè la democrazia come la conosciamo da sempre, con una grottesca democrazia diretta, anzi eterodiretta da una srl milanese sulla base di un algoritmo che pesca nella fogna della rete ogni tipo di risentimento, invidia e rancore.


Un movimento eversivo, peraltro, che proponendo la decrescita felice, cioè promettendo di guadagnare tutti di meno col sorriso in bocca, in effetti è l’unica forza politica del mondo che se andasse al governo non tradirebbe almeno metà del programma elettorale. Saremmo tutti più poveri, più felici però dubito.


Capisco che la surreale giunta comunale assemblata a fatica e con i soliti strafalcioni da Di Maio, e poi spacciata come un governo a cinquestelle, non riuscirà a trovare i famigerati bottoni nella stanza e probabilmente nemmeno la stanza, come dimostrano le esperienze di non governo a Roma e a Torino e a Livorno e a Bagheria eccetera, ma alle elezioni più importanti della nostra generazione la loro inadeguatezza e la loro incapacità non può essere un alibi per consentirgli di provare a farci fallire.


L’ho scritto ad agosto su IL e lo ripeto adesso: votare non è come mettere un “mi piace” su Facebook, un cuoricino su Twitter o un like su Instagram. Le elezioni sono una cosa seria, la democrazia sui social no. Quando si esprime un voto non puoi modificarlo o cancellarlo o sostituirlo con un post o uno status di spiegazioni e di scuse, come capita quando si scrive una scemenza su internet. Alle elezioni non c’è modo di svuotare la cache. Il voto resta. Sembra una banalità, e in fondo lo è, ma è anche una di quelle verità ovvie, che gli americani chiamano truismi, che andrebbero scolpite nel marmo all’ingresso dei seggi elettorali: «Le elezioni hanno conseguenze».

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