Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Che farà Renzi, ora che ha perso

Dopo millecinquecentoquarantasette giorni da Segretario del Partito Democratico, e quasi mille da Presidente del Consiglio, il rottamatore si è autorottamato. Matteo Renzi si è dimesso da capo del PD e dalla settimana prossima, quando si insedierà il nuovo Parlamento italiano uscito dalle urne il 4 marzo, sarà semplicemente il senatore di Firenze, Scandicci, Impruneta, Signa e Lastra a Signa. Naturalmente non ci crede nessuno, ma in realtà nessuno conosce davvero il futuro politico di Matteo Renzi, forse nemmeno lui. La cosa che appare meno probabile, però, è che diventi, o resti a lungo, uno qualunque dei 315 membri del Senato, peraltro di quello stesso Senato che con il referendum perso il 4 dicembre 2017 avrebbe voluto depotenziare, quasi abolire.


Non è la prima volta che Renzi si dimette né la prima volta che perde un’elezione e nemmeno che annuncia di voler fare il soldato semplice. Poi però è sempre tornato. Nel 2012 aveva perso nettamente le primarie del PD, si era messo a disposizione del segretario eletto, Pierluigi Bersani, e l’anno successivo non si era nemmeno candidato al Parlamento. Eppure un anno dopo si è preso a valanga il PD e a spintoni anche Palazzo Chigi. Si era dimesso da Presidente del Consiglio dopo la sconfitta nel referendum, infrangendo la promessa di ritirarsi del tutto dalla politica, e poi anche da segretario del PD, salvo ricandidarsi alle primarie, stravincerle, costringere i suoi avversari interni a lasciare il partito e infine riproporsi ancora una volta a guidare il paese alle elezioni appena concluse.


Negli ultimi giorni di campagna elettorale, quando i sondaggi erano unanimi nel prevedere la sua sconfitta, anche se non con le dimensioni di una disfatta, Renzi ripeteva che non aveva alcuna fretta o smania di tornare al governo: «Ho 43 anni, posso aspettare, ma so che a Palazzo Chigi prima o poi ci tornerò, se non sarà a questo giro, sarà successivamente». Era il solito Renzi, bullo e spericolato, ma anche quello più sincero perché il suo essere spaccone e incosciente non è una posa artificiosa studiata a tavolino, ma è la sua natura. È fatto così. Insomma, sapendo di andare incontro a una sconfitta, Renzi non aveva alcuna intenzione di ritirarsi. Difficile che abbia cambiato idea.Il crollo elettorale, poco meno del 19 per cento, lo ha però costretto a fare un triplo passo indietro: si è dimesso, non dovrebbe ricandidarsi a segretario e si è autoproclamato senatore semplice di Firenze, Scandicci, Impruneta, Signa e Lastra a Signa.


Renzi non può fare altro, adesso, se non navigare a vista. Ma il quadro politico è molto instabile, ancor più di quanto prevedessero i sondaggi pre elettorali. Non c’è una maggioranza politica coerente, se non un’alleanza tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini che al momento pare improponibile per l’indisponibilità di entrambi. Renzi salta il turno, questo è sicuro, ma impegnandosi pubblicamente, e dietro le quinte con i parlamentari a lui vicini, affinché gli eletti del Partito Democratico non vadano a soccorrere grillini o leghisti, facendo da stampella a un governo populista. Forse, addirittura, Renzi spera che Di Maio e Salvini riescano, insieme, a formare un governo, nella convinzione che si andrebbero presto a schiantare per inadeguatezza politica e per incapacità di mantenere le favolose promesse elettorali (reddito di cittadinanza e tassa unica al 15 per cento per tutti).


Lo scenario “Renzi che aspetta sulla riva del fiume” non è una grande prospettiva per uno abituato a non stare mai fermo. Le alternative al momento sembrano remote, ma chissà. Renzi nega di voler formare un nuovo partito fuori dal PD, impresa riuscita mirabilmente al suo amico Emmanuel Macron in Francia, ma è un’ipotesi con cui aveva flirtato anche nel 2013 dopo aver perso le primarie con Bersani e quindi non è da escludere a priori. E poi, certo, Renzi potrebbe anche lasciare il Senato e, come aveva pensato di fare dopo la sconfitta del referendum, prendersi un periodo sabbatico e andare a lavorare e studiare all’estero. Per poi, ovviamente, tornare.

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