Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

I dischi più belli del 2018, finora

Jonathan Wilson – Rare Birds


Jonathan Wilson è un produttore e musicista 44enne della North Carolina, ma trasferitosi anni fa nel mitologico quartiere di Los Angeles, Laurel Canyon. Negli anni Sessanta e Settanta, Laurel Canyon era uno dei centri della controcultura americana, casa di Neil Young e di Joni Mitchell, dei Doors e degli Eagles, di Frank Zappa e di Carole King eccetera. Wilson è il sacerdote del revival americano di Lauren Wilson con i suoi dischi solisti e con le produzioni (Robbie Robertson, John Father Misty, Conor Oberst). Wilson, che ha suonato nell’ultimo disco di Roger Waters dei Pink Floyd, rigenera il folk progressive di quegli anni e solo per questo per me è un eroe. Il suo primo disco Gentle spirit era meraviglioso, ma questo Rare Birds lo è ancora di più. Il primo brano è Pink Floyd in purezza («Piper at the Gates of Laurel Canyon» dicono alla NPR), ma in realtà è psichedelia contemporanea, a tratti anche radiofonica, ma con qualche formidabile richiamo (nel brano Miriam Montague) ai Genesis di The Lamb lies down on Broadway.


David Byrne – American Utopia


Non sopporto David Byrne, come persona. Mi è sempre sembrato un trombone, un grottesco relativista culturale, un cospirazionista ridicolo. Ma quando smette di parlare e di scrivere, be’, è formidabile. Adoro i Talking Heads e anche i suoi dischi solistici e le sue prime collaborazioni con Brian Eno (l’ultima no, è inascoltabile). Insomma David Byrne è tornato con un disco solista dopo 14 anni dal precedente; un disco che mi ha fatto riconciliare con l’autore di tutte le banalità che gli ho sentito dire in questi anni. American Utopia è un disco dai testi folli, i cartelloni della pubblicità visti da un rifugiato (Gasoline And Dirty Sheets), il mondo visto da una gallina (Everyday is a miracle), un omicidio da arma da fuoco visto dal punto di vista di un proiettile (Bullet), ma la musica è Talking Heads in purezza.


Titus Andronicus – A productive cough


La band del New Jersey che si è data il nome di una tragedia di Shakespeare è notoriamente incazzata con il mondo. Questo è il loro quinto album e parte di questa rabbia naturalmente è indirizzata verso Donald Trump. Ai critici questo disco è piaciuto meno dei precedenti, a me è sembrato fenomenale proprio perché meno punk e più vicino alle cose dei Felice Brothers (una delle mie band preferite). C’è anche una furiosa versione di Like a Rolling Stone di Bob Dylan.


The Low Anthem – The Salt Doll Went To Measure The Depth Of The Sea


Dicono di essersi ispirati per questo disco a John Cage e a Cy Twombly. Sarà, ma mi sembra una posa per darsi un tono. Un critico ha scritto che sono una via di mezzo tra i Fleet Foxes e i Portishead e non ha tutti i torti.


Lo Moon – Lo Moon


Band di Los Angeles di cui non avevo mai sentito parlare. Leggo che uno dei tre componenti è Sam Stewart, il figlio di Dave Stewart degli  Eurythmics. Ascolto il primo brano, This is it, e sembra un outtake di uno dei miei album preferiti, Colour of Spring dei Talk Talk. Non serve aggiungere altro, se non che tutto l’album incrocia il mood Talk Talk, Cocteau Twins, Roxy Music e certe cose di Peter Gabriel.


I’m with her – See you around


Si chiamano I’m with her, sto con lei, come lo slogan elettorale di Hillary Clinton. Ma il gruppo è nato un anno e mezzo prima che Hillary se ne appropriasse. Sono una superband, anche se è ridicolo applicare il concetto di superband al genere musicale folk alternativo. Chitarra, mandolino (o banjo) e violino, insieme, fanno a pugni con qualsiasi cosa definibile super. Ma Sara Watkins, Sarah Jarosz e Aoife O’Donovan sono bravissime e con un’ottima carriera solista e con altre band. In una parola le tre ragazze sono super e io sto con loro.


Concert for George


Un live con artisti vari per George Harrison. Ok, niente di nuovo. Ma le versioni di Something e While my guitar gently weeps cantate e suonate da Paul McCartney e Eric Clapton sono commoventi.


Sean Carey – Hundred Acres


Sean Carey è il batterista, e seconda voce, di Bon Iver. Il secondo membro più famoso della band dopo Justin Vernon. Suona con Sufjan Stevens, era Carrie e Lowell. Insomma è uno bravo. Stesse atmosfere bucoliche di Bon Iver, stessa delicatezza di Sufjan Stevens.


Meshell Ndegeocello, Ventriloquism


Il soul e l’R&B contemporaneo non è quello degli anni Sessanta e, ci tiene a specificare Meshell Ndegeocello, nemmeno quello degli Anni Ottanta. Ventriloquism è un album di cover anni Ottanta rigenerate dalla musicista americana. Sade, Prince e tutti gli altri rinascono. Gran disco.

ricerca

archivi

testata
periodo
feed rss
 

Christian Rocca – © 2002-2011

Credits: Graphic Design & Web Development to Area Web