Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La grande tragedia siriana

La grande tragedia siriana è che non ci sono i buoni. La grande tragedia siriana è che si è proprio persa la distinzione tra buoni e cattivi. Tutti sono vittime, tutti sono carnefici. Certo, ci sono i bambini gasati con le armi chimiche sabato sera a Douma, alla periferia orientale della capitale Damasco. E anche i missili, probabilmente israeliani, che lunedì hanno colpito una base aerea siriana, usata anche delle milizie iraniane. Soprattutto c’è il ruolo del dittatore Bashar al Assad, il responsabile primario della maggior parte delle vittime civili del conflitto, ma anche i ribelli suoi oppositori si sono macchiati di crimini efferati. Insomma è un tutti contro tutti, dove nessuno controlla più niente. Le alleanze cambiano al ritmo dello zapping col telecomando. Prima c’era l’Isis, ora è stato quasi del tutto debellato. Il regime di Damasco è formalmente in piedi ma in realtà dipende totalmente da russi e iraniani.


Il bilancio di questa tragedia è diventato di difficile computazione, e non solo perché è ancora in corso. L’Onu e le agenzie non governative hanno smesso di contare il numero delle vittime. L’ultimo calcolo era di mezzo milione di persone uccise, cinque milioni di rifugiati e centinaia di migliaia di siriani sotto assedio nel corso di sette anni di una guerra civile che a poco a poco si è trasformata in guerra settaria, religiosa, etnica, regionale, addirittura mondiale. Una guerra sporca, tra regime e ribelli, tra bande e milizie, tra entità teocratiche e potenze straniere.


Tutto comincia nel 2011, quando sull’onda delle primavere arabe anche in Siria sono iniziate le prime manifestazioni di malcontento nei confronti del regime dispotico di Assad, un dittatore nazional socialista di religione alawita, una setta musulmana sciita, alleato con gli ayatollah iraniani e inviso al mondo arabo sunnita, oltre che a Israele.


La protesta popolare è stata sedata nel sangue. Una parte dell’esercito ha disertato, rifiutandosi di sparare sui manifestanti ed è iniziata la guerra civile. Al Qaeda, lo Stato islamico e decine di altre sigle di musulmani radicali hanno iniziato una loro guerra fratricida per la guida estremista dell’Islam sunnita e contro Assad. Le istituzioni internazionali non si sono viste, gli Stati Uniti e l’Europa ancora scottati dall’Iraq e dalla Libia hanno cercato di girarsi dall’altra parte e questo vuoto di leadership è stato colmato dalle potenze regionali, Russia, Iran e Turchia, e dallo Stato islamico che a poco a poco ha iniziato a radicarsi e a prosperare.


In Siria ci sono combattenti iraniani e truppe russe. Anche la Turchia ha invaso il paese e gli americani hanno inviato circa duemila soldati. Iran e Russia sostengono Assad, ma entrambi giocano una partita geostrategica, cioè fanno gli interessi del proprio paese. La Turchia, accusata di aver sostenuto l’Isis, detesta Assad e d’intesa con Arabia Saudita e Qatar tratta una via d’uscita con iraniani e russi, ma anche per il presidente Erdogan l’obiettivo è geopolitico, in particolare ostacolare le mire della minoranza curda. Arabia Saudita e Qatar sostengono i ribelli anti Assad in funzione anti iraniana.


Gli americani tengono un avamposto militare per dare la caccia all’Isis, obiettivo quasi raggiunto al punto che la settimana scorsa il presidente Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato, salvo poi promettere il solito “fuoco e fiamme” dopo l’ultima strage col gas (anche l’anno scorso Trump si era trovato nella stessa situazione, e dopo aver visto le terribili immagini di bambini uccisi col gas ha ordinato il lancio di qualche missile contro le postazioni siriane). Israele si è politicamente tenuta alla larga, salvo intervenire militarmente in modo chirurgico per fermare la strategia iraniana che da alcuni decenni usa la Siria come base d’attacco per la destabilizzazione dello Stato ebraico. Nessuno sa come finirà, e c’è da scommettere il peggio visti i protagonisti, ma resta la speranza che a un certo punto lo scontro di interessi geopolitici possa convincere gli attori in campo, in particolare la Russia, a trovare una soluzione in grado di far uscire la Siria dalla guerra del tutti contro tutti.

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