Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Affidare il disarmo alla Siria

Sembra una fake news, ma non lo è: il paese che usa armi chimiche contro la sua stessa popolazione, la Siria del dittatore Bashar al Assad, il 28 maggio presiederà a Ginevra la Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo. Non ridete, perché c’è da piangere.


Lasciare ad Assad, cioè al principale responsabile della carneficina siriana, la guida del forum della comunità internazionale che prepara e aggiorna gli accordi di non proliferazione sulle armi non convenzionali è surreale e grottesco. Purtroppo questa barzelletta macabra non è isolata, anzi è una caratteristica tipica delle Nazioni Unite.


A fine febbraio, per esempio, la Siria è stata scelta come relatrice del Comitato speciale sulla decolonizzazione, un impegno alquanto bizzarro per un paese che occupa militarmente alcune zone del suo stesso territorio. Sempre a febbraio, l’Onu ha eletto la Turchia come vicepresidente del Comitato di accredito e controllo delle organizzazioni non governative e dei gruppi in difesa dei diritti umani, ed è la la stessa Turchia del presidente autoritario Recep Tayyip Erdogan che non si fa problemi a incarcerare giornalisti, militanti e oppositori.


Le contraddizioni dell’Onu vanno oltre questi casi, perché le Nazioni Unite sono un’organizzazione multilaterale in cui tutte le nazioni, o quasi, sono rappresentate e per questo hanno diritto di alternarsi nelle commissioni e nei comitati (anche se in realtà vige una specie di accordo regionale tra i paesi arabi e musulmani che finisce per escludere Israele dai posti di responsabilità). I paesi democratici provano spesso a fare blocco e ad evitare assurdità tipo quella della Siria a capo della Conferenza per il disarmo o della Turchia come selezionatrice dei gruppi pro diritti umani, ma non sempre ci riescono e anzi talvolta chiudono un occhio.


Nel 2015, per fare uno dei mille esempi possibili, Stati Uniti e Unione Europea non hanno bloccato, come avevano fatto in precedenza, il tentativo dell’Iran degli ayatollah, un regime teocratico poco noto per il rispetto dei diritti delle donne, di entrare a far parte di UN Woman, l’Agenzia mondiale per l’emancipazione femminile («È come nominare un piromane come capo dei pompieri», disse allora l’osservatorio UN Watch di Ginevra).


Il risultato di queste scelte è la perdita di credibilità dell’Onu, come dimostra anno dopo anno il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra che ha il mandato di promuovere e difendere i diritti umani in giro per il mondo. Il Consiglio è composto di 45 paesi membri e in questo momento ne fanno parte Arabia Saudita, Cina, Qatar, Venezuela, Cuba, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Pakistan, Afghanistan e Angola, una specie di santa alleanza di violatori seriali di diritti umani. Due di questi paesi, Siria e Arabia Saudita, fanno parte dei “Worst of the worst 2018”, la lista dei 12 paesi che secondo il centro studi Freedom House sono il “peggio del peggio” quanto a rispetto dei diritti umani, civili e politici.


Il motivo per cui costoro tengono moltissimo ad essere presenti nelle istituzioni in difesa dei diritti umani e delle minoranze è evidente, ed è la negazione stessa dei principi fondativi delle Nazioni Unite. Questi paesi vogliono stare dentro il Consiglio dei Diritti Umani, o in altre istituzioni simili, per evitare che la comunità internazionale faccia qualcosa per promuovere e difendere quei diritti o quelle istanze che loro per primi non intendono rispettare.


Sono paesi dispotici, misogini, torturatori, sponsor del terrorismo, senza uno stato di diritto, senza diritti civili o politici, senza libertà di pensiero, di parola, di stampa e di associazione. In alcuni casi, addirittura, praticano o tollerano ancora oggi la schiavitù. Eppure stanno comodamente seduti lì, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, con vista sul Lago Lemano di Ginevra.

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