Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Un romanzo che è meglio di un mandato esplorativo

“In Esilio” di Simone Lenzi, in libreria dal 24 aprile per Rizzoli, è un romanzo, forse un memoir, ma in fondo un manuale politologico sulla crisi politica, civile e morale del nostro paese e dei suoi intellettuali, in particolare quelli di sinistra. Chiunque volesse trovare i punti di contatto, anche programmatici, tra i Cinquestelle e un PD derenzizzato in vista della formazione di un eventuale governo di coalizione giallo-rosso, be’, in questo libro ne troverebbe un armamentario mica male, e in bella prosa.


“In Esilio” è meglio di un mandato esplorativo, insomma; dovrebbe leggerlo il presidente Sergio Mattarella prima di affidare l’incarico pieno a chicchessia. Spoiler: il protagonista del romanzo, Lenzi medesimo, disprezza vivamente l’incrocio ideologico cinquestelle-sinistra, ma dimostra che questo incrocio esiste davvero nella società italiana o perlomeno nel ceto medio riflessivo frequentato dall’autore. Una miscela di risentimento sociale e di via a chilometro zero al socialismo che non è altro che la somma di due nichilismi, uno scenario così insopportabile da costringere il protagonista del romanzo ad andare volontariamente in esilio, come recita il titolo del libro.


Livornese, cinquantenne, scrittore e sceneggiatore, musicista e cantante dei Virginiana Miller, Simone Lenzi è anche cugino del Guardasigilli Andrea Orlando, presente nel romanzo in un gustoso cammeo che fa da snodo narrativo per raccontare il tentativo della sinistra di armonizzare tradizione e modernità, tendendo comunque la mano al cialtronismo imperante, senza peraltro riuscirci.


Lenzi chiama i Cinquestelle «il Movimento dei resti sbagliati e della pallina per lavare le mutande», riferendosi alle teorie cospirative diffuse dal sacro blog sui tabaccai che lucrano dando il resto sbagliato e sui metodi alternativi di fare il bucato.


Ma ne ha anche per i tic grotteschi della sinistra-sinistra: «Continueremo a venire al mercatino equo e solidale a salutare i pochi conoscenti che ci restano. Farò grandi sorrisi a tutti, mi complimenterò per le zucchine, per i pomodori a chilometro zero, farò come vuoi tu. Non dirò più a nessuno quello che penso, ovvero che se questa è la vera sinistra, a me della vera sinistra non me ne frega più nulla. Se la vera sinistra erano queste matte con i figli di otto anni attaccati ai capezzoli, se la vera sinistra erano questi finti barboni che coltivano l’orto sul balcone, se la vera sinistra era questa pappetta di seitan, se la vera sinistra aveva il sapore insapore del tofu, se la vera sinistra era questo sogno di andare in giro scalzi coi piedi sudici, a me della vera sinistra non me ne fregava più nulla e anzi, dissi a mia moglie, sai che c’è? C’è che sono felice di averla fatta finita con la vera sinistra».


“In Esilio” è una cronaca familiare che va avanti e indietro per generazioni, ma l’epopea è il pretesto letterario per prendere le distanze dalla miseria della politica di oggi. «La risposta vincente del Movimento della pallina per lavare le mutande a quella tendenza ormai inarrestabile a fare delle istituzioni repubblicane un allevamento di capri espiatori che il Movimento stesso aveva sapientemente favorito e alimentato fu allora la scelta oculata di uomini e donne dal passato scialbissimo. Una meritocrazia al contrario, dove il primo requisito di elezione fosse il rigoroso zero sulla dichiarazione dei redditi: il Movimento si sarebbe incarnato in rappresentanti quasi qualsiasi, possibilmente incapaci di articolare un discorso sensato in un italiano passabile. L’assoluta mediocrità dei candidati avrebbe posto il Movimento al riparo dal circolo vizioso di elezione del capro espiatorio fra popolo e rappresentanza: erano ragazzi senza speranze che ce l’avevano fatta proprio grazie al fatto di non sapere niente, di non potere niente, di non avere nessun altro requisito se non il fatto di essere cittadini al grado zero. Nessun conflitto di interessi possibile fra chi non era mai stato di alcun interesse per nessuno prima che il Movimento lo mandasse in Parlamento. Erano pura ambizione e mitomania, erano perfetti per i tempi. Uno valeva uno, insomma, ma possibilmente un po’ meno di chi lo aveva votato: nessuna invidia sociale, nessun senso di inferiorità, nessun complesso. Il candidato premier venne presto individuato in un tale che non aveva mai fatto niente, non sapeva niente, litigava coi congiuntivi ed era insomma perfetto per incarnare la nolontà di un popolo che in realtà non voleva più nulla, solo avercela con qualcuno a caso, e possibilmente per i motivi sbagliati». Leggendo questo brano non si può non solidarizzare con il presidente Mattarella.

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