Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La dottrina Trump è Trump

Una delle regole della politica estera americana è sempre stata quella di non aprire più di una crisi nucleare nello stesso momento. L’improvviso, ma tutt’altro che imprevisto, attivismo internazionale di Donald Trump ha demolito anche questo pilastro della sicurezza nazionale di Washington, perché nel giro di tre giorni il presidente ha annunciato il ritiro unilaterale dal patto nucleare con l’Iran e che il 12 giugno incontrerà a Singapore il dittatore nordcoreano Kim Jong-un per tentare un accordo di denuclearizzazione della penisola coreana.


Se a queste due novità si aggiunge che lunedì gli Stati Uniti dovrebbero formalmente spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, con Israele già in allerta per il possibile aumento di atti violenti in coincidenza con il trasferimento, si intuisce come questa possa essere la settimana più delicata della presidenza Trump, perlomeno quella con maggiori ripercussioni fuori dai confini americani.


Gli analisti iniziano a chiedersi se si stia finalmente delineando una coerente “dottrina Trump”, ovvero un complesso organico di principi di politica estera attraverso cui poter interpretare la visione e le scelte dell’Amministrazione. Ma con Trump non funziona cosi: la doppia mossa Iran-Corea, la prima che rompe un patto sul nucleare e la seconda che prova a siglarne un altro, sfugge a ogni tipo di coerenza strategica tradizionale.


Il punto è che Trump non è un presidente tradizionale, comunque si giudichi la sua traiettoria politica. La dottrina Trump è Donald Trump medesimo, senza tanti giri ideologici. Trump è convinto di essere un re dei negoziati, come ha scritto nel best-seller “The Art of the deal”, ovvero l’arte di fare accordi che siano dei veri affari, per cui pensa semplicemente che il patto firmato da Barack Obama e dagli europei con il regime di Teheran sia pessimo e crede di poterne ottenere uno migliore usando il bastone delle sanzioni economiche.


Allo stesso modo è certo che aver coperto di insulti via Twitter Kim Jong-un abbia inciso sui comportamenti del leader nordcoreano, ora apparentemente più docile.


A Trump piace l’idea di sbugiardare gli esperti e si diverte a vedere l’effetto isterico delle sue scelte sugli ospiti dei talk Cnn: «Nessuno sa che cosa farò – è la sintesi del suo pensiero, riportata da chi gli ha parlato di recente – Cercano di analizzare le mie dichiarazioni per capire che cosa farò, ma la verità è che non lo sa nessuno».


Più che una dottrina è un riflesso caratteriale, forse anche un tentativo di aprire un fronte alternativo per sviare i possibili contraccolpi dell’inchiesta di Robert Mueller sui rapporti con i russi (l’ultima è che il famigerato avvocato che aveva pagato una pornostar affinché non svelasse la relazione con Trump avrebbe ricevuto un milione di dollari da un oligarca russo).


In tutto questo, i nuovi consiglieri della Casa Bianca, John Bolton e Mike Pompeo, in carica rispettivamente della politica di sicurezza e della politica estera, promuovono strategie di cambiamento dei regimi anti americani più che azioni di contenimento. Molti anni fa, quando chiesero a Bolton quale fosse la sua strategia sulla Corea del Nord, prese dalla libreria il saggio “The end of North Corea” e, indicando il titolo, disse: «Questa». Sull’Iran, l’idea di Bolton (e di Pompeo) è che il problema non sia tanto il nucleare, ma la natura apocalittica del regime rivoluzionario sciita. Il fronte anti patto con l’Iran ha dalla sua qualche buon argomento: il più efficace dei quali è che l’accordo (una cui copia è incorniciata nell’ufficio di Bruxelles dell’Alto rappresentante europeo Federica Mogherini) non ha fatto cambiare atteggiamento alla leadership di Teheran.


Questo era il vero obiettivo strategico di Obama: allentare la presa sanzionatoria, far ripartire economicamente l’Iran, dimostrando agli ayatollah di non avere alcuna intenzione di abbattere il regime, e convincerli a non considerare l’America come un nemico. La strategia è fallita, a prescindere dal rispetto del grado di arricchimento dell’uranio, perché dopo l’accordo l’interferenza iraniana in Iraq, in Siria e in Yemen è aumentata. E per interferenza iraniana si intende la guerra diretta e indiretta dell’Iran all’America, ai suoi interessi e ai suoi alleati.

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