Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Roth a casa Monda

A vederlo da vicino, nei suoi frequenti pranzi a casa di Antonio e Jacquie Monda nell’Upper West Side di Manhattan, Philip Roth non sembrava un uomo burbero, difficile e scostante come me lo ero immaginato da suo devoto lettore. O forse sì. Incuteva timore, certo, ma di tipo reverenziale, com’era giusto che fosse vista la sua meritata fama di «towering novelist», eminente romanziere, come lo ha definito il New York Times nel dare la notizia della sua morte, a 85 anni.


Mi è capitato spesso di trovarmelo davanti, ma non sono riuscito quasi mai a dirgli qualcosa di memorabile – oh, quello era Philip Roth! – temendo che potesse considerare le mie parole banali e noiose, oltre che sgrammaticate. Ho percepito il medesimo imbarazzo anche in grandi e affermati scrittori americani che con cautela gli si avvicinavano per presentarsi da «big fan», come pischelli di fronte a una divinità.


È successo anche ad Al Pacino, una domenica di alcuni anni fa: entrato nell’appartamento, dopo i convenevoli con i padroni di casa, Pacino si è accorto che in un angolo del salotto c’era Roth; dopo essersi accertato che fosse davvero lui, gli è andato incontro per dirgli che avrebbe voluto portare al cinema il suo romanzo L’umiliazione. «Sono Al Pacino», è stato l’esordio dell’attore. «So chi sei», gli ha risposto con voce baritonale Roth. E quando, a proposito del libro che racconta il dramma di un attore che ha perso la capacità di recitare, Pacino si è lasciato scappare un «l’ho trovato molto divertente», Roth ha risposto: «Non è per niente divertente» (è finita con i due che si sono scambiati telefono e email: il film è uscito nel 2014).


Eppure Roth mi è sempre parso gioviale, stavo per scrivere “gentile”, insolitamente a suo agio, socialmente consapevole, quasi volesse preparare una riedizione aggiornata di Zuckerman scatenato. Seduto sul divano, con Central Park alle spalle, o in piedi con una pietanza cucinata da Jacquie, l’ho visto rievocare gossip d’altri tempi con amici che non vedeva da trent’anni; e poi chiacchierare con Nathan Englander, di cui era mentore; incontrare per la prima volta lo scrittore che ha raccolto con più decisione il suo testimone di Grande Romanziere Americano, Jonathan Franzen; rispondere «te ne manderò qualcuno» all’autrice italiana che non l’aveva riconosciuto e gli aveva chiesto che tipo di romanzi scrivesse; dare consigli letterari alla giovane figlia di Monda, Marilù.


Ad Antonio Monda, che proprio ieri a New York ha presentato il suo primo romanzo tradotto in inglese, Unworthy, qualche settimana fa Roth ha regalato una delle ultime cose che ha scritto: un’affettuosa nota di copertina, un blurb, per elogiare «la finezza narrativa di un romanzo compatto e potente che sembra uscito da una novella morbosa di Boccaccio».


Roth amava frequentare quella casa italiana. Lì vicino c’era anche il cinema d’essai Lincoln Plaza, ora chiuso: una volta, in coda per i biglietti, mi sono presentato come Tommaso Debenedetti, il giornalista che si era appena inventato una sua intervista. Divertito, Roth mi ha chiesto se lo conoscessi personalmente e, in una scena da romanzo di Philip Roth, mi ha tempestato di domande su quanti soldi avesse ricavato con quell’impostura. Gli brillavano gli occhi. «Un centinaio di euro», ho azzardato. Ci è rimasto male, sperava molto di più. Sapendo del suo sconfinato amore per il cinema italiano, gli ho chiesto se stesse andando a vedere, come me, “Vincere” di Marco Bellocchio. «No – mi ha risposto – ho preso il biglietto per “Otto e mezzo”, è da tanto tempo che non lo rivedo».

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