Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La prima volta che ho visto il bel gioco

La prima volta che ho visto il “bel gioco” non si scorda mai: stagione sportiva 1983/84. Avevo quindici anni, nei giorni feriali frequentavo il liceo classico e una domenica sì e una no andavo allo stadio Maroso di Alcamo, provincia di Trapani. Stadio è una parola grossa: due tribunette con gli scaloni di cemento, campo in terra battuta più adatto a un Roland Garros di periferia che a un torneo di calcio, spogliatoi in comune con l’adiacente oratorio dei salesiani dove immancabilmente a fine partita gli arbitri erano costretti a ripararsi dalla selva di sputi, di «arbitro cuinnuto» e di «bottana di to ma’» molto cari a una tifoseria che già incubava, con trenta anni di anticipo, l’elettorato medio di quella che nel 2013 è stata definita la città più grillina d’Italia.


Il campionato era quello di C2, girone D, dove sono certo si giocasse il peggior calcio d’Europa. L’Alcamo era una squadraccia, nonostante avesse la maglia bianconera. Quel pomeriggio del 1983 giocava contro il Licata, maglia gialloblù, una squadra che in panchina aveva un certo Zdeněk Zeman. Ancora oggi continuo a non credere a ciò che ho visto quella domenica al Maroso. Su quei campi della periferia meridionale si giocava un calcio di marcature a uomo e di palla lunga e pedalare, ma in verità si giocava così, a uomo, con catenaccio e contropiede, anche al Nord e nelle serie maggiori.


Il Licata di Zeman, di cui prima di quel pomeriggio non sapevo nulla, invece faceva una cosa che non esisteva in Italia: la zona pura col fuorigioco, la difesa alta, le diagonali, i triangoli in profondità. In C2. Sulla terra battuta. Al Maroso. Uno spettacolo strabiliante, ne rimasi incantato, anche se mai quanto i calciatori dell’Alcamo: loro non ci capirono niente, non videro mai il pallone, in difesa furono tagliati come il burro da un coltello incandescente e le poche volte che si avventurarono in attacco finirono sempre, ma proprio sempre, in fuorigioco.


Alla fine del primo tempo, il Licata era già avanti di quattro gol a zero, con Maurizio Schillaci, fratello di Totò, grande mattatore (Wikipedia scrive che quella partita in realtà finì solo 2 a 0 per il Licata, ma quell’anno c’è stata anche una sfida di Coppa Italia di cui non riesco a trovare il risultato: magari era quella la partita dello 0-4 alla fine del primo tempo, non lo so, in ogni caso, anche fosse finita davvero 0-2, il mio vivido ricordo di uno 0-4 è la conferma dell’impatto smisurato nella mia memoria di quella formidabile esibizione di bravura calcistica). Quella lucida follia zemaniana col passare degli anni è diventata mainstream. Da lì a poco, ad altri livelli, Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio italiano e mondiale. In attacco il Milan giocava come quel Licata di Zeman ma in difesa era impenetrabile grazie a una linee più forti di sempre: Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini. L’utopia trasformata in realtà.


Fabio Capello ha perfezionato quel modello, sacrificando il bel gioco, ma rendendo quella squadra invincibile. Si deve a Marcello Lippi l’introduzione del trequartista, un numero 10 di nuova generazione, non solo tecnico ma anche possente e atletico. Zidane, insomma. Il calcio di Lippi non è passato alla storia per essere bello, anche se lo era, ma Lippi è uno dei pochi allenatori ad aver vinto sia la Champions League sia la Coppa del Mondo (Sacchi è stato fermato solo dai rigori di Pasadena).


Oggi gli eredi di Zeman e Sacchi, gli alfieri del bel gioco, sono Pep Guardiola, Maurizio Sarri, Jürgen Klopp e fino a quando ha lasciato la Juventus anche Antonio Conte. Guardiola e Sarri giocano allo stesso modo: si difendono tenendo la palla, costruiscono una fitta ragnatela di passaggi che consente di gestire il gioco e di avvicinarsi alla porta avversaria senza quasi mai rischiare l’offensiva degli avversari. Poi, quando meno te l’aspetti, colpiscono con improvvise accelerazioni. Klopp gioca freneticamente con verticalizzazioni e triangolazioni di stampo zemaniano e con una difesa che fa acqua esattamente come quelle del boemo, ma il concetto è lo stesso: bel gioco, anche se solo dalla metà in avanti.


Il tiki-taka di Guardiola e Sarri funziona sia davanti sia dietro, non c’è dubbio, ma non mi appassiona. Non credo sia calcio spettacolo, ma una proiezione sul campo di un calcio e di uno spettacolo da Playstation. Il calcio non è digitale, è analogico. Il calcio è un gioco molto semplice: un centrocampista che apre sulla fascia, un’ala che scarta il terzino e che va sul fondo per crossare la palla sulla testa del centravanti pronto a incornare. Il calcio è la palla recuperata con un tackle dal mediano o con un anticipo dallo stopper e poi la ripartenza veloce, cioè il vecchio contropiede, verso la porta avversaria. Il calcio è il campione che dà del tu alla palla. Quello è il calcio spettacolo. Solo quello. Il bel gioco non esiste.

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