Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Trump e Putin, amici-nemici

Quello che sappiamo è che il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin si sono incontrati lunedì a Helsinki, in Finlandia. Sappiamo anche che hanno discusso di tutti i grandi temi di politica internazionale del momento, dalla Siria all’Iran e in generale degli annosi problemi mediorientali. I due leader hanno discusso di Europa e di Ucraina, di Cina e di Nato, di questioni energetiche, militari e commerciali e anche di strategie antiterrorismo e di proliferazione nucleare. Ma la cosa più interessante di questo vertice è quello che non sappiamo. Non sappiamo che cosa si siano detti Donald e Vladimir nell’incontro privato, senza interpreti e senza consiglieri, che secondo il programma ufficiale è avvenuto prima dell’inizio dei lavori.


Trump e Putin non sono due presidenti qualsiasi perché il primo è sospettato di essere stato aiutato dal secondo a essere eletto alla Casa Bianca nel novembre di due anni fa. O, meglio, è stato ormai accertato che Putin abbia aiutato Trump a vincere le elezioni presidenziali del 2016 contro Hillary Clinton, quello che è ancora da chiarire è se gli apparati di intelligence russi abbiano agito d’accordo con il team Trump nella manipolazione delle elezioni del 2016. A breve se ne saprà di più, probabilmente alla fine dell’estate, quando si chiuderà l’inchiesta aperta dalla stessa Amministrazione Trump e affidata all’ex direttore dell’Fbi Robert Mueller.


Ecco perché quello che non sappiamo dell’incontro tra i due leader è l’aspetto più importante del vertice di Helsinki. Tanto più che, un paio di giorni prima del summit, Mueller ha incriminato dodici agenti del GRU, il servizio di intelligence del Cremlino, per aver violato due anni fa i server del partito di Hillary e attaccato il processo democratico degli Stati Uniti. Nei mesi scorsi, Mueller ha accusato e arrestato alcuni uomini chiave della campagna elettorale di Trump, un paio dei quali hanno ammesso le responsabilità e hanno iniziato a collaborare, ma le 29 pagine contro i dodici agenti russi rese pubbliche sabato scorso sono un atto d’accusa dettagliato sulle attività dei servizi di Putin contro Hillary Clinton, anche se non affrontano il tema della “collusion”, della complicità, di Trump.


Una delle cose più interessanti delle 29 pagine di Mueller è una sequenza cronologica: l’invito pubblico di Trump ai russi, il 27 luglio 2016, di scovare le mail dei server privati di Hillary, e il primo tentativo, lo stesso giorno, da parte degli apparati russi di violare i data-base di Clinton. Dal momento della sua elezione, Trump è diventato il principale esecutore della strategia politica di Putin, quella di indebolire l’Alleanza atlantica, la Nato, e di allontanare l’America dagli storici alleati europei. Sembra una puntata della serie tv The Americans, la saga di una famiglia di spie russe infiltrata nell’America degli Anni 80, ma questa volta non si tratta di una fiction. Diciassette agenzie di intelligence americane sostengono che l’attacco russo alle elezioni ci sia stato, e non solo alle elezioni americane, ma la controffensiva dell’allora presidente Obama è stata debole, come ammettono adesso i suoi uomini, perché sembrava comunque improbabile che Trump potesse battere Hillary. Le responsabilità di Obama sono enormi e Trump ha gioco facile a sottolineare che gli attacchi russi all’America sono avvenuti sotto il naso del suo predecessore.


Il clima politico però è cambiato: la Camera e il Senato di Washington, senza distinzioni tra repubblicani e democratici, ora considera Putin il nemico numero 1 degli Stati Uniti e in più modi ha chiesto a Trump di annullare l’incontro di Helsinki. Chissà, quindi, che cosa si sono detti davvero, Trump e Putin.

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