Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Attacco social al Quirinale

I servizi segreti russi hanno manipolato il dibattito pubblico occidentale creando falsi account sui social network per diffondere notizie menzognere, le famigerate «fake news», in modo da favorire i movimenti populisti anti sistema e promuovere il caos nelle società democratiche. È successo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e ora sappiamo che è successo anche in Italia. Tra le vittime più recenti della campagna russa c’è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggetto di una “tweet storm”, una “tempesta di tweet”, originata da centinaia di account nati in poche ore, che pretendeva, a sostegno della richiesta di impeachment avanzata da Cinquestelle, le dimissioni del Capo dello Stato per essersi opposto alla nomina dell’anti Euro Paolo Savona a ministro dell’Economia.


La procura di Roma ha aperto un’indagine, i servizi italiani non hanno prove, Facebook aggiunge che un’interferenza c’è stata anche sulle elezioni del 4 marzo e la macchina della politica e dell’informazione italiana improvvisamente si è svegliata, nonostante il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, firmatario di un accordo politico con il partito di Putin, abbia detto che si tratta di «fregnacce». Anche i Cinquestelle hanno minimizzato, soprattutto con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, un apologeta della politica estera del Cremlino come non si vedeva dai tempi della Guerra fredda.


I sospetti di un’ingerenza di Mosca sul processo democratico italiano, e non solo italiano, risalgono a due anni fa. Quando, a fine 2016, l’allora vicepresidente americano Joe Biden scrisse sulla rivista Foreign Affairs che i russi avevano usato profili finti su Twitter e pagine false su Facebook per sostenere il NO al referendum costituzionale italiano nessuno gli credette. Quando ne parlò l’allora premier Matteo Renzi fu facile liquidare la questione alla voce “rancore di chi non sa perdere”.


Quando le prime inchieste giornalistiche dei quotidiani La Stampa e La Repubblica scoprirono che alcuni account attivi nelle battaglie populiste e sovraniste erano stati creati nella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo si scelse di far finta di niente. E quando il New York Times e il sito Buzzfeed svelarono altri particolari sulla connessione tra gli apparati russi e le attività online che amplificavano le iniziative di Cinquestelle e Lega si arrivò a dire che quegli organi di informazione internazionale fossero al servizio del PD di Renzi.


Nemmeno quando è scoppiato il caso di Cambridge Analytica, la società di marketing politico che ha applicato su settanta milioni di utenti Facebook le tecniche psicometriche di manipolazione del consenso in America a favore di Trump, in Inghilterra per la Brexit e in Italia a beneficio di un non meglio precisato partito politico nato negli anni 80 e rilanciato in questi anni, l’opinione pubblica è sembrata dare segnali di vita.


La prima reazione dell’opposizione, da Forza Italia al Pd, risale alla settimana scorsa, pochi giorni prima delle rivelazioni su Mattarella, quando il governo ha indicato il giornalista italo-svizzero Marcello Foa alla presidenza della Rai. Foa è un opinionista noto per le posizioni filo russe, per essere un frequente ospite di Russia Today, il canale televisivo di propaganda del Cremlino in lingua inglese che ha più punti di contatto con il Kgb che con la Bbc, e anche per aver dato credito alle più incredibili teorie cospirative, a cominciare dalla grottesca accusa a Hillary Clinton di partecipare a cene sataniche.


Il no a Foa e lo sgomento per l’attacco straniero a Mattarella non è detto che siano un punto di svolta per l’Italia: mentre Facebook e Twitter provano a fare pulizia cercando soluzioni tecniche contro le campagne di disinformazione e i governi occidentali si difendono dai tentavi russi di influenzare le elezioni americane di novembre e quelle europee del 2019, il sottosegretario italiano con delega all’editoria, il grillino Vito Crimi, ha incredibilmente dichiarato che reprimere le fake news equivale a reprimere la libertà di informazione.

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